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Rassegna stampa

Il nostro dovere per la memoria - 10 gennaio 2015

di Luisa Orelli, arabista (La Regione del 10 gennaio 2015)

‘Il silenzio è morte. Se parli muori, se taci muori: allora parla, e poi muori’. Sono parole di Tahar Djaout, uno dei primi intellettuali algerini a cadere vittima vent’anni fa di una lunga serie di assassinii da parte degli islamisti radicali.

Non dimenticherò mai l’accoltellamento al Cairo, durante la sua passeggiata quotidiana lungo le rive del Nilo, di Naghib Mahfuz, appena insignito del premio Nobel per la letteratura, per aver scritto un sontuoso romanzo-parabola ispirato alle figure di Mosé-Gesù-Muhammad: uno dei romanzi più belli della letteratura araba contemporanea.

O l’impiccagione, prima ancora, più su verso le sorgenti del Nilo, di Mahmud Muhammad Taha, che vide nella legge islamica, in arabo sharî’a, una via ispiratrice di principi, non un catalogo di delitti e pene.

Potrei continuare a lungo l’elenco. Tutto questo, mi si può opporre, non fa che dimostrare quanto l’islam possa essere intollerante e feroce, anche con i suoi figli. Certo, anche se nessuna religione è in assoluto responsabile delle derive di chi a essa si richiama: responsabili saranno sempre e comunque i figli che di questi delitti si macchiano. Tutto questo dimostra tuttavia anche che l’islam ha prodotto e continua a produrre figli che onorano l’umanità intera; che, accanto a un suo volto buio e oscurantista, ne esiste uno luminoso, limpido, nobile, coraggioso. Contro quello buio ci sentiamo impotenti. Possono poco anche le misure concrete di protezione, come l’eccidio di Charlie Hebdo tristemente ci ricorda. Possiamo invece non coprire di un nero velo la parte luminosa. Per non toglierle fiato e respiro, a maggior ragione se ancora oggi (in Iraq, in Siria) tanto patisce. E non solo perché trasmettere le meraviglie della civiltà che profana è davvero, come scrisse Abd al Wahab Meddeb dopo l’uccisione di Hervé Gourdel in Algeria, l’unico modo per resistere a una barbarie che va fiera dei propri crimini. Una delle vignette più belle e terribili di Charlie Hebdo, tutto fuorché blasfema, rappresenta un profeta Muhammad che mormora, amareggiato: è duro essere amato dagli imbecilli. L’islam non è quello buio sanguinolento e tenebroso di Isis e affini, di chi ha messo in atto la strage di Charlie, e nelle cui biblioteche si trovano, significativamente, pornografia e letture jihadiste, i sottoprodotti delle due culture cui appartengono, e non gli album di Wolinski e il Corano. Contro i monopolisti, gli accaparratori violenti di una delle civiltà cui appartiene un quinto dell’umanità, che appartiene all’umanità intera come patrimonio, è fondamentale tenere presente anche questo.

Perché l’islam d’Europa, mi sembra un’evidenza, dobbiamo contribuire a costruirlo noi. È il nostro dovere nei confronti della memoria di Wolinski, Cabu, Djaout, Taha, combattenti della medesima causa, vittime della medesima follia.