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Rassegna stampa

Si chiamava Ahmet Merabet - 9 gennaio 2015

di Monica Piffaretti (La Regione del 9 gennaio 2015)

‘Fu Marcel / ma non era Francese’: è il primo verso di una celebre poesia di Giuseppe Ungaretti, intitolata Moammed Sceab, scritta nel 1916 sul fronte di guerra. Un verso che ancora oggi dice tanto – sicuramente l’essenziale – sui crepacci identitari presenti in molti figli, dei figli, dei figli dell’emigrazione dalle sponde arabe del Mediterraneo verso la Francia, un tempo potenza coloniale. Essere o non essere. Essere qualcosa: per alcuni (per quanti? La Francia, scioccata, se lo chiede) anche essere assassini in nome di Allah: lucida follia, vendetta, nuova barbarie del XXI secolo. Lava vulcanica politica e spina nel fianco dell’oggi europeo. Nessuno sradicamento, nessuna giungla di banlieu può in ogni caso giustificare. Oggi si chiamano Chérif e Said Kouachi: sono francesi, ma non si sentono tali. Il Marcel-Moammed di Ungaretti finì suicida. Loro invece uccidono altri esseri umani, tradiscono il Paese che li ha cresciuti, violano i suoi (nostri) Sacrari. Trucidano vigliaccamente i vessilliferi della libertà di espressione, di cui la Francia e la sua Rivoluzione sono state la culla. Sono invasati che, nella loro marcia di morte, uccidono (e non è un dettaglio) anche Ahmed, le flic che invocava pietà.

Ahmed, anche lui maghrebino, anche lui musulmano, anche lui cresciuto in Francia, anche lui un po’ di qui e un po’ di là. Uno che sapeva però servire il Paese dove viveva e di cui era cittadino, indossando la divisa per le strade di Parigi. ‘Siamo tutti Charlie’ urlano milioni di francesi. ‘Siamo tutti Charlie’ scrivono i giornalisti di mezzo mondo. ‘Siamo tutti francesi’ dicono i politici. Sì, lo siamo e lo saremo. Con il coraggio che dà la paura: non quella dei kalashnikov, ma la paura di perdere qualcosa di troppo importante. Qualcosa che le generazioni venute prima di noi hanno conquistato lottando e ci hanno poi consegnato. Che cosa? La fiaccola della libertà di pensiero e di espressione. No, le armi automatiche non devono spezzare le matite e neppure le penne. Giammai. Ma, mentre tutti dicono di voler essere Charlie, noi pensiamo che dobbiamo essere anche Ahmed. Ovvero, tutti dalla parte di uomini e donne di buona volontà che, indipendentemente dal loro credo religioso, vivono in pace, nel rispetto reciproco e nella tolleranza, che sono la vitale linfa della democrazia. Dalla parte di chi, davanti all’orrore e nel dolore profondo, non fa di ogni erba un nero fascio.

Il massacro dei vignettisti, che ogni giorno sapevano cosa rischiavano e sapevano anche da che parte stare, ci lascia basiti. Più di ogni cosa, però, ci inquieta il rischio che l’eredità morale dei martiri della satira francese venga rubata da chi, per essere a sua volta qualcuno (come accadde per l’imbianchino di Monaco negli anni Trenta) non esita il giorno dopo l’‘11 settembre francese’ ad aprire il vaso di Pandora dell’odio anti-islamico e della violenza, legittimata secondo la legge del taglione. Mentre la furia omicida continua a bruciare Parigi – ieri un’altra poliziotta ha pagato con la vita il nuovo terrorismo ‘molecolare’, che richiederà nuove risposte di sicurezza –, le prime moschee sono già finite nel mirino di giustizieri senza giustizia, a loro volta incendiari. Persone che dimenticano, e vogliono far dimenticare alle masse, il nome di Ahmed, amalgamando tutto quanto non è amalgamabile per lanciare nuove crociate. Estremismi che risvegliano estremismi. Teste calde invece di sangue freddo. E non parliamo solo di Francia. Nelle fredde notti di Dresda, fra la folla disorientata che esprime il proprio disagio, dietro cuochi dalla fedina penale sporca, divenuti arringatori di folle, si aggirano vecchi burattinai. E, sotto nuove fumose sigle, si celano vecchi uncini.

‘E forse io solo / so ancora / che visse’, il grande Ungaretti chiude così la sua poesia dedicata all’amico Marcel/Moammed, sepolto nel cimitero parigino di Ivry. Oggi tocca a noi ricordarci anche di quel flic di nome Ahmed Merabet, caduto pure lui in battaglia accanto ai mostri sacri della satira francese. E anche di Clarissa Jean-Philippe, sua collega uccisa da un’altra scheggia impazzita del fanatismo religioso.

Non c’è dubbio: la battaglia contro l’oscurantismo è anche la nostra.