...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

Nel nome di quale dio - 9 gennaio 2015

di Erminio Ferrari (La Regione del 9 gennaio 2015)

Prendiamo l’Antico Testamento: vi si trovano pagine che grondano sangue e compiacimento per le stragi e lo strazio fatto del corpo dei nemici. Almeno questo andrebbe ricordato a politici e commentatori che indicano nel Corano l’esclusiva ispirazione, il manuale di macelleria che arma la mano degli assassini in nome di Dio.

Forse la loro (dei primi e dei secondi) è ignoranza; forse malafede; forse sono le due cose insieme. E uguale il risultato: maledire l’altrui dio e invocare il proprio per giustificare un odio sul quale rifondare un’identità smarrita o minacciata.

In questo senso, la paranoia di un islam jihadista che sembra avere azzittito il miliardo di correligionari (tanto chiassosi sui crimini israeliani a Gaza quanto silenziosi sul massacro a Charlie Hebdo) non è in definitiva diversa da quella di un Breivik che a Utoia stermina giovani inermi per avvertire l’Europa della minaccia multiculturale che incombe su di essa. Senza, per inciso, trascurare il fatto che il maggior numero di vittime della criminalità islamista si conta tra inermi cittadini che professano la stessa religione (si aggiunga all’elenco il nome di Ahmed, il poliziotto finito con un colpo alla nuca quando era già riverso su un marciapiede parigino dove prestava servizio a protezione di un settimanale che irrideva il suo profeta).

Difendersi dagli estremi è una necessità che le nostre società possono affrontare, pur con estrema fatica e dolore, ricorrendo a una sacrosanta repressione, e perfezionando l’analisi dei rischi. Mentre la loro natura “aperta” le rende vulnerabili alla penetrazione di discorsi e ideologie estreme nella “ragionevolezza” del discorso pubblico. Ed è questo un pericolo estremo, persino mortale, per le nostre società; un male che probabilmente ha già intaccato il loro sistema immunitario.

Per intenderci: per apprezzabili che siano, non sono gli appelli al dialogo e alla pacatezza ad essere ascoltati oggi. Nelle piazze, sui bus, in quell’inferno fognario che sono i blog, il tono è quello da stato di guerra. L’Australia è lontana e il gesto di quegli (isolati) australiani che si sono offerti di accompagnare i concittadini musulmani all’indomani dell’attacco “islamista” alla cioccolateria di Sydney, per proteggerli da possibili ritorsioni, qui verrebbe interpretato come codardia o correità.

E la Francia – oggi tocca a lei – è una drammatica, fedele rappresentazione di questa condizione angosciosa. Uno Stato che ha nella tolleranza e nella separazione tra religione e istituzioni due dei propri pilastri fondanti, viene sanguinosamente sfidato in nome di una confessione nella quale si riconoscono milioni di suoi cittadini; e vede la propria “difesa” impugnata da politici e movimenti che si rivendicano a loro volta “credenti” (in un dio più buono e vero dell’altro, naturalmente) e comunque molto maldisposti in fatto di tolleranza.

Così, se “tutti siamo Charlie Hebdo”, moltissimi “siamo Marine Le Pen” (o Nicolas Sarkozy, che la sfiderà a chi la spara più grossa su questa retorica nella battaglia per l’Eliseo). E basterebbe sostituire il nome della leader del Front National con quello di altri politici di altre importanti capitali per far calzare a pennello questo scenario al resto d’Europa.

Cosicché la scelta non è più ormai quella scontata tra “loro” e noi, ma tra gli assassini e ciò che di noi sempre meno ci distingue da loro. Forse non è un momento opportuno per dirlo, ma almeno saperlo.