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Rassegna stampa

Conflitti, appartenenza identitaria e dialogo - 8 gennaio 2015

di Rocco Bernasconi, docente Ftl e Scc (La Regione dell’8 gennaio 2015)

Questo è un tempo caratterizzato da forti contrapposizioni: culturali, sociali, politiche e religiose. Quella tra Occidente e mondo islamico non è che un esempio – anche se molto attuale – in questo periodo segnato da conflitti cruenti in Israele, in Siria e in Iraq e altrove. Tuttavia, anche l’Occidente è attraversato da conflitti, magari meno cruenti ma altrettanto virulenti: si pensi alla polarizzazione che caratterizza il quadro politico in molti paesi occidentali, in cui il contendente è visto sempre meno come un avversario e sempre più come un nemico; si pensi anche al disagio sociale così diffuso nelle società occidentali, incapaci di individuare le cause reali del proprio malessere, che si manifesta in forma di conflitto identitario nei confronti di “diversi” di ogni cultura, religione o schieramento politico.

Tali conflitti si fondano spesso su un forte senso di appartenenza identitaria, sia essa etnica, religiosa, culturale o politica. L’attaccamento alla propria identità è sacrosanto, tuttavia l’appartenenza identitaria oggi si basa spesso più sull’opposizione nei confronti della parte in conflitto che non sulla condivisione di valori comuni. Occidente moderno, democratico e liberale contro Islam retrogrado, autoritario e fondamentalista: questo è uno dei luoghi comuni veicolati dal discorso pubblico.

Come è noto, il miglior modo per creare coesione interna è quello di concentrarsi sui nemici esterni, se non addirittura crearli. Questo modo di pensare può avere un’utilità politica e rafforzare i legami identitari, ma è nemico della pace, della verità e della giustizia e accentua più che smorzare i conflitti. È utile e necessario riconoscere e difendere la propria identità; tuttavia, perché ci sia identità è necessario definirne i confini. Confini che, come le frontiere, stabiliscono chi è dentro e chi è fuori. I confini servono a creare divisioni e dalle divisioni nascono i conflitti. L’unico modo per superare i conflitti è il dialogo; ma affinché sia autentico il dialogo dipende dalla disponibilità a lasciarsi guidare dal processo stesso e non a guidarlo. Se no, non è un dialogo, ma un negoziato. Lasciarsi guidare dal dialogo implica la disponibilità a travalicare i confini identitari in nome di valori più alti come la pace, la giustizia e la verità e non arroccarsi a difesa della propria identità politica, culturale o religiosa che sia.

Fino a che punto si è disposti a rinunciare alla pace, alla giustizia e alla verità per difendere la propria identità? Questi sono valori da tutelare perché propugnati da una data religione, cultura o orientamento politico, oppure queste identità rappresentano un valore positivo perché perseguono la pace, la verità e la giustizia? Si tratta di valori da perseguire anche a costo di entrare in conflitto con la propria appartenenza identitaria oppure la difesa della propria identità deve prevalere rispetto al perseguimento di questi valori? Questi interrogativi sono validi in ogni ambito caratterizzato da forti contrapposizioni; la risposta che ognuno si dà determina la qualità del dialogo e la disponibilità a superare i conflitti e a trovare soluzioni condivise. Non si tratta evidentemente di rinunciare alla propria identità, si tratta invece di vivere la propria identità sapendo che l’appartenenza ad essa è un puro accidente, perché in molti casi dipende dal luogo di nascita e non da una scelta consapevole che esprime una preferenza deliberata per un sistema di valori o uno stile di vita. Ci sentiamo occidentali perché qui siamo nati, non perché lo abbiamo scelto. È possibile, invece, scegliere i valori che si vogliono sostenere e riconoscerne la presenza ovunque si manifesti, nella propria o in altre culture.

Un’altra condizione indispensabile per il dialogo è l’autocritica, ossia la disponibilità a riconoscere i propri torti e le ragioni dell’altro. In primo luogo è necessario riconoscere che tutte le culture e le grandi tradizioni religiose o laiche hanno degli ideali positivi, ma che non sempre tali ideali si sono realizzati storicamente. Ci sono periodi in cui una data tradizione dà il meglio di sé ed altri in cui mostra invece il proprio lato oscuro. Così come ogni grande tradizione contiene in sé un potenziale di sviluppo dei grandi valori dell’umanità, al tempo stesso nessuna cultura o religione è immune dal rischio di derive, che fanno emergere il lato oscuro e il potenziale violento ed intollerante. Questo, la storia dimostra, è vero per l’islam come lo è per il cristianesimo, ma lo stesso vale per le ideologie laiche, dall’illuminismo al socialismo fino al pensiero liberale. Dal cristianesimo sono scaturite le crociate, l’inquisizione e l’antigiudaismo, dall’islam sono emersi Isis e AlQaida. Ma non si deve dimenticare che il terrore giacobino nasce in seno all’illuminismo, che i gulag staliniani sono espressione di una deriva del socialismo reale, che lo sfruttamento coloniale è un prodotto dell’Occidente liberale e moderno e che la riduzione in stato di quasi schiavitù di adulti e bambini nelle fabbriche di vestiti o di scarpe di marchi alla moda rispondono alla logica (spietata) della competitività neo-liberista.

Ma è possibile ridurre queste tradizioni ai loro aspetti più deteriori e dimenticarsi quanto di bene è stato fatto in loro nome? La risposta evidentemente è negativa ed è per questo motivo che i conflitti identitari esasperati, così come i supposti scontri di civiltà, appaiono più come delle operazioni ideologiche di legittimazione di un dato sistema di valori che non come il risultato di un’autentica incompatibilità tra tradizioni politiche, culturali o religiose. Non si tratta quindi di opporre visioni del mondo diverse nell’ottica di stabilire quale sia la migliore. Questa è infatti una visione essenzialitista che occulta il lato oscuro di ogni sistema di valori indirizzando l’attenzione sulle pecche degli altri. Con ciò non si vuole fare un discorso qualunquista che livella tutto sullo stesso piano impedendo di apprezzare differenze anche sostanziali; si tratta invece di evitare di limitare la riflessione e soprattutto il discorso pubblico alla classica pagliuzza nell’occhio del nemico quando si ha una trave nel proprio. Solo partendo dall’autocritica e da un’autentica disponibilità al dialogo è possibile effettivamente promuovere, e non limitarsi a proclamare, i valori che stanno a cuore all’umanità tutta e che vengono sistematicamente calpestati in nome di presunte superiorità identitarie.