...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

La tortura non tramonta mai - 10 dicembre 2014

L’allarme

La tortura non tramonta mai

«Abbiamo fatto passi indietro»

Matteo Airaghi (Corriere del Ticino del 10 dicembre 2014)

L’esperto Marco Mona traccia un bilancio della situazione a livello internazionale

Guerre e lotta al terrorismo peggiorano lo scenario – Consolante il quadro svizzero

Vista da casa nostra, la tortura è un mondo antico, da visitare con curiosità nei musei non solo medievali che espongono tenaglie per marchiare prigionieri, strumenti più o meno raffinati per procurar tormento o impressionanti vergini di Norimberga. In realtà, basta seguire anche solo distrattamente il flusso dell’informazione internazionale per capire che l’uso della violenza fisica e/o psicologica per estorcere informazioni o per terrorizzare il nemico è tutt’altro che fuori moda. I racconti degli abusi in Siria perpetrati dal regime di Assad o dalla sua controparte, ISIS in primis, così come le violazioni a margine della guerra in Ucraina ne sono la prova. E proprio ieri negli Stati Uniti il rapporto della commissione del Senato sulle tecniche di interrogatorio della CIA dopo l’11 settembre rischiano di riportare il tema al centro dell’attenzione mondiale. Come se non bastasse, proprio oggi si celebrano i trent’anni della ratifica della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, approvata il 10 dicembre 1984 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU). Ce n’è abbastanza per fare il punto della situazione con un esperto: l’avvocato Marco Mona , da molti anni impegnato attivamente sul fronte della prevenzione della tortura in Svizzera e nel mondo.

Marco Mona, come è cominciata e come si è sviluppata questa sua passione civile in difesa dei diritti umani?

«In effetti sono stato a lungo presidente dell’Associazione per la prevenzione della tortura che è una ONG internazionale ma con sede a Ginevra . Si tratta dell’organismo che ha inventato e promosso strumenti a livello universale. Uno di questi, la Convenzione ONU per la prevenzione della tortura crea tali strumenti anche in ogni singolo Paese, come la Commissione nazionale per la prevenzione della tortura di cui in seguito sono stato vicepresidente nei suoi primi quattro anni di esistenza. Sin da giovane d’altronde sono stato un militante di Amnesty International e tramite i contatti che avevamo è via via nato questo impegno. Ho molti amici in Uruguay, in Argentina, in Cile, in Turchia e in Grecia: tutti Paesi che a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta hanno conosciuto la tortura come pratica sistematica nelle diverse situazioni di dittatura e di oppressione della democrazia e del dissenso. Queste persone ci raccontavano abitualmente di aver subito in varie forme la tortura e questo ha fatto nascere in me la voglia di dare un mio personale e concreto contributo contro queste pratiche disumane. In seguito mi venne chiesto dagli amici dell’Associazione per la prevenzione della tortura di assumere la presidenza dell’ONG che promuove sistemi di visite in tutti i luoghi dove esiste il rischio di tortura».

Vale a dire?

«Tutti quei luoghi, anche in Svizzera, dove vi è una permanenza coatta dell’individuo. Quindi non soltanto carceri, posti di polizia e camere di detenzione ma anche cliniche psichiatriche e strutture dove si custodiscono pazienti dementi. Per sedici anni, dunque, ho guidato questa associazione e ho promosso sistemi di visite in queste strutture in Europa e a livello mondiale. Poi dopo la creazione nel 2009 della nostra Commissione nazionale per la prevenzione della tortura, in qualità di vicepresidente ho potuto vedere come vengono messe in pratica le enunciazioni dei vari trattati internazionali anche nei nostri confini».

Oggi ricorre il trentesimo anniversario della firma della Convenzione ONU contro la tortura. Qual è l’importanza di questo documento?

«La Convenzione del 1984 è stata un primo importantissimo passo per far emergere il delitto della tortura rispetto al sistema integrale di tutela complessiva dei diritti umani facendone risaltare la gravità e sancendone la totale e assoluta proibizione senza deroghe e in ogni circostanza. È stata importante per l’enunciazione e la condivisione internazionale del principio. Ora, dopo tre decenni, esistono circa 160 Stati firmatari e fondamentale è stata la creazione, conseguenza di quella ratifica, di strumenti di prevenzione come quelli cui accennavo prima».

Ma dall’Illuminismo ad oggi (quest’anno ricorre anche il 250. anniversario della pubblicazione del fondamentale «Dei delitti e delle pene» di Cesare Beccaria), non sembra che l’uso della tortura nel mondo sia diminuito.

«Purtroppo è così e questo rende ancora più urgente e attuale la nostra battaglia. Se il Settecento ha saputo dire di no sul piano etico e giuridico alla tortura e nell’ Ottocento questa pratica è andata via via scomparendo, purtroppo il Novecento ha riproposto l’uso della tortura con drammatica e brutale evidenza dagli anni Trenta in avanti. Dopo le dichiarazioni dei diritti umani volute dall’ONU si pensava di poter arrestare e contrastare questo abominio. Ma ancora non è stato così: prima le dittature militari l’hanno ampiamente praticato e poi la lotta per la sicurezza e contro il terrorismo globale hanno riportato in auge le discussioni e questa problematica anche nelle consolidate democrazie occidentali. In effetti l’umanità ha fatto un passo indietro. In tanti Paesi ci sono stati, è vero, discorsi importanti e notevoli sforzi. Ma c’è ancora tanto da lavorare in questo senso. Vedremo ad esempio quali saranno le reazioni alla pubblicazione del rapporto della Commissione intelligence del Senato statunitense sulle brutali tecniche di interrogatorio adottate dalla CIA dopo l’11 settembre 2001 e, le dirò, non mi stupirei se emergesse che ai fini della sicurezza queste pratiche disumane non siano in realtà servite praticamente a nulla».

Passiamo invece alla situazione in Svizzera: almeno qui, si può affermare che la tortura non esiste?

«Direi di sì se consideriamo che la tortura è un atto intenzionale e volontario. In Svizzera però esistono ancora trattamenti disumani e pene degradanti, certo non volute deliberatamente, ma che è importante vengano combattute e al più presto eliminate. Riguardo ad esempio a certe strutture carcerarie inadeguate è successo che non vi fossero i fondi per mettere subito rimedio alle violazioni. Ma se questo non avviene in un Paese benestante come il nostro che dovrebbe dare l’esempio, immaginiamoci cosa può succedere in Moldavia o in Benin… Certo le visite regolari della Commissione hanno spesso portato risultati importanti anche a livello politico. Ad esempio l’apertura di celle per malati psichici a Mendrisio fu a suo tempo sollecitata da noi e si trovò una positiva soluzione al problema. Ciò non toglie che rimangono anche nel nostro Paese situazioni scandalose, vedi quella del carcere ginevrino di Champ-Dollon che ospita quasi il triplo dei detenuti per cui era stato concepito».

In conclusione, avvocato Mona, perché mai, neppure in situazioni limite, si deve considerare legittima o eccezionalmente ammissibile la tortura?

«Perché si tratta di una ferita così grave nei confronti di un essere umano da rimanere per sempre. La tortura è quasi peggio di una condanna a morte perché non ha mai fine ed è un’umiliazione fisica e psicologica che una persona deve subire su di sé per tutta la sua vita. Il danno che si infligge ha una dimensione sproporzionata a qualsiasi altra cosa e nessuno può arrogarsi un tale potere. Inoltre, considerando legittimo lo strumento della tortura per estorcere delle informazioni ad una persona in caso di sospetto urgente si sposta tutto verso un sospetto di conoscenza e non verso un sospetto di aver commesso un reato o un delitto. Questo però si potrebbe applicare per certi delitti a tutti e in ogni circostanza facendo così crollare il sistema giuridico di qualsiasi democrazia fondata sullo Stato di diritto. Infine, è giusto ripeterlo, la tortura non porta mai a nulla. Non conduce mai alla verità. Può darsi che qualcuno per far cessare questa insostenibile pressione fisica e morale dica qualcosa di vero però la storia ci insegna che questa non è mai la regola, al contrario: per far cessare un tormento o una violenza fisica si può dire qualsiasi cosa. Non dimentichiamolo».

L’appuntamento

-        All’interno della rassegna «Sensi del silenzio», in corso alla Biblioteca cantonale di Bellinzona fino al 20 dicembre, si terrà domani giovedì 11 dicembre, alle 18.30 una Conferenza sulla tortura.

-        La serata prevede l’intervento di Marco Mona e la testimonianza del cileno Fernando Orellana torturato durante la dittatura di Pinochet e ultimo rifugiato accolto in Ticino con l’operazione Posti Liberi del 1974. L’avvocato Marco Mona è impegnato da anni per la prevenzione della tortura nel mondo e in Svizzera. Nel 2009 ha ricevuto la laurea ad honorem in scienze politiche dall’università di San Gallo per l’impegno in favore dei diritti umani. La serata sarà moderata da Sandra Sain, giornalista RSI.

 

Peggio della morte

La tortura implica un’umiliazione fisica e psicologica che una persona porta dentro di sé per tutta la vita. Non deve essere tollerata in nessun caso

Luoghi a rischio

Dove è prevista una permanenza coatta esiste il pericolo di abusi e violenza