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Rassegna stampa

I frame della politica - 10 dicembre 2014

di Ronny Bianchi, economista (La Regione del 10 dicembre 2014)

L’interessante contributo di Andrea Ghiringhelli, su questo quotidiano del 4 dicembre, stimola molte riflessioni che andrebbero approfondite. Vorrei aggiungere alcuni pensieri, spero, complementari alla lettura che Ghiringhelli fa della deriva del dibattito politico. Semplificando, ma con una buona approssimazione, possiamo dividere il panorama politico cantonale e nazionale, tra centrodestra e centrosinistra. Ciò che accomuna entrambi gli schieramenti è la difesa della democrazia il cui obiettivo, riprendendo un celebre discorso di Franklin Delano Roosevelt, è quello di difendere la libertà dell’uomo. Ma l’interpretazione del concetto è profondamente diversa nei due schieramenti. Per il centrodestra la libertà è essenzialmente individuale e la democrazia deve garantire la possibilità di perseguire i propri interessi, senza aiuti e senza interventi istituzionali, richiamando, impropriamente, al concetto, abusato, della mano invisibile di Adam Smith e quello del “laissez-faire”.

Per il centrosinistra, la democrazia è un sistema dove esiste solidarietà tra i cittadini, garantita dalle istituzioni statali che devono assicurare le condizioni affinché tutti i cittadini possano sentirsi liberi.

Ma vediamo cosa significa libertà da un punto di vista economico. È necessario rispondere a una domanda. È possibile per un’azienda andare avanti senza strade, ponti, aeroporti, rete elettrica, internet, GPS, senza una pubblica amministrazione efficiente e senza dipendenti preparati e in buona salute? Evidentemente no. Oggi si vorrebbe far credere che tutti questi servizi potrebbero essere garantiti da imprese private dimenticando due punti essenziali: tutti i servizi alle imprese sono stati assicurati grazie a ingenti e costosi interventi pubblici – quindi da tutti noi – che hanno permesso alle imprese di crescere e di essere competitive; i tentativi di privatizzare questi servizi – ad esempio i trasporti pubblici e la rete elettrica in Gran Bretagna – si sono rivelati un fallimento, tant’è che lo Stato è poi dovuto intervenire rinazionalizzando totalmente o parzialmente.

Se un Paese vuole essere competitivo, lo Stato deve assicurare la ricerca di base, che costa milioni di franchi ogni anno, i cui benefici vanno però quasi sempre alle imprese private. Nulla di particolare a condizione che poi lo Stato possa recuperare perlomeno parte di questi investimenti, grazie alle imposte e tasse che le imprese versano.

Sarebbe poi possibile vivere liberi senza un sistema sanitario efficiente, senza una formazione adeguata, senza un reddito dignitoso, senza un equilibrio tra partner sociali? Come possiamo garantire la democrazia se la distribuzione della ricchezza è sempre più a favore di una minoranza della popolazione, mentre gli altri faticano ad arrivare alla fine del mese? Se gli squilibri economici sono crescenti?

Apparentemente non dovrebbe essere difficile far passare il messaggio “ideologico” del centrosinistra. Eppure non è così? Come mai?

A me sembra che una risposta soddisfacente la dia un linguista americano, George Lakoff, il quale afferma che è tutto un problema di frame, vale a dire le strutture mentali che organizzano i nostri pensieri. Lakoff porta l’esempio degli “sgravi fiscali” che inquadra le tasse tra i motivi di sofferenza, anziché farle vedere come uno strumento per risolvere i problemi collettivi. In realtà Lakoff ci dice che il centrodestra è stato abile, durante almeno tre decenni di neoliberismo, a imporre connotati negativi a quelli che erano i modelli del centrosinistra nella gestione economica e politica del Paese, trasmutando, spesso, il dibattito in populismo. Negli anni 80 l’obiettivo della destra americana era “to strave the Beast”, cioè uccidere la belva – l’apparato pubblico – con la fame, togliendogli le risorse finanziarie necessarie.

Ma perché il centrosinistra non ha saputo contrastare i frame della destra? Confesso la mia incapacità di rispondere a una simile domanda che richiede analisi e conoscenze che non sono mie, ma in un punto mi sembra corretto: al centrosinistra mancano leader politici – come afferma anche Ghiringhelli – che sappiano proporre un programma serio, rigoroso, con un linguaggio e un comportamento che non sia assoggettato alle opinioni dei social network e del populismo. Come afferma Christian Salmon, siamo nell’era dello storytelling, dove il politico è costretto dai mass media – tradizionali e moderni – a semplificare il suo pensiero con slogan del tipo “Yes we can” o “Le changement c’est maintenant” nella speranza di far passare un messaggio che spesso si rivela senza contenuti reali.