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Rassegna stampa

La fiducia in politica - 4 dicembre 2014

L’OSPITE

di Andrea Ghiringhelli, storico (La Regione del 4 dicembre 2014)

Congressi e comitati si succedono: c’è chi giura che è rinato il fuoco sacro dei partiti, chi fa appello alla fede dei padri, e Stefano Franscini è al servizio di tutti, ma i fatti recenti ci informano che in materia di diritti all’istruzione non è molto ascoltato. A destra, al centro, a sinistra si affinano le strategie e tutti hanno scoperto la formula per recuperare il terreno perduto o per non perdere quello conquistato. Ma non tutto appare intonato e si avverte una dissonanza appena si confrontano le idee con l’azione. Il Paese reale non pare coltivare gli stessi entusiasmi e le medesime certezze. Questa constatazione induce a qualche considerazione attorno alle modalità con cui i partiti cercano di riassorbire la crisi di fiducia che è generale e si è fatta sentire in tanti modi: l’adesione ai movimenti antisistema, l’associazionismo volontaristico e l’impegno nel sociale al di fuori dai partiti, la voce degli indignados, il massiccio e crescente astensionismo, sono modi diversi per significare una cosa molto semplice: la protesta e il ripudio di una certa politica perché i cittadini non si sentono più rappresentati e la crisi di fiducia è in buona parte crisi di credibilità generata da aspettative deluse. Da noi è meno evidente che altrove, ma è presente e tocca ampie fasce della popolazione. Nel 2003 l’Osservatorio della vita politica informava che per la maggioranza dei ticinesi la fiducia nei partiti stava franando: molti intervistati esprimevano disinteresse, disaffezione, disincanto crescenti e tutti o quasi constatavano la progressiva marginalizzazione dei partiti.

Il partito padrone e l’elettorato bloccato

Fino agli anni Settanta dello scorso secolo i partiti dominavano la scena e accompagnavano il cittadino dalla culla alla tomba. Ogni partito proponeva comportamenti e modelli di socializzazione e aveva i suoi giornali di riferimento, i suoi inni, le sue bandelle, le sue società di tiro, le sue colonie estive, e perfino le sue osterie: chi non faceva parte della “tribù” veniva isolato e non contava. Il partito distribuiva incentivi ideologici e materiali e anche le carriere professionali rientravano – ieri ancor più di oggi – fra le sue competenze. Oggi si parla di elettorato di opinione, fluttuante, molto volatile, che si informa e si orienta, consulta la rete e sceglie in base ai programmi e alle offerte. Ieri era invece il predominio assoluto dell’elettorato di appartenenza, che votava per tradizione questo o quel partito. Ancora per buona parte del secolo scorso l’impermeabilità delle culture di partito fu garantita dall’“unicità cognitiva”: chi riceveva fin dalla nascita una educazione a senso unico, dalla famiglia, dal giornale che contava, dall’ambiente che frequentava, si convinceva che vi era una sola verità possibile, quella del proprio partito: il taglio era netto e i compromessi erano esclusi. Non esisteva la crisi di fiducia perché il partito permeava tutto, era il protagonista della democrazia, il principe assoluto in versione moderna: la scelta di campo era quasi obbligata, l’astensionismo volontario era molto basso e in alcuni casi perfino i defunti avevano deposto la scheda e dato il loro contributo! Chi osava cambiare bandiera era un “voltamarsina”, una persona poco affidabile, un paria sociale. Anche perché molto spesso il passaggio da un partito all’altro era il frutto del mercanteggiamento, del voto di scambio: ancora nel 1948 il giudice Gallacchi riteneva l’acquisto dei voti una pratica folclorica, che faceva parte della tradizione e tutto sommato innocua: un voto valeva 5 franchi ed eventualmente un certo numero di fatture da pagare agli osti per forniture di vini e salsicce. Ancora alle soglie degli anni Sessanta del secolo scorso, Plinio Verda si scagliava contro queste pratiche che “insozzavano la democrazia” e auspicava con forza una nuova cultura politica frutto della maturazione civica del cittadino. La democrazia dei partiti proponeva insomma una quasi perfetta sovrapposizione fra sfera pubblica e sfera politica perché il partito era presente ovunque, nel bene e nel male. Ma negli ultimi 20 anni, con l’accentuarsi della crisi di fiducia, vi è stata una progressiva dissociazione fra sfera pubblica e sfera politica e la perdita di controllo della politica su tutto il settore pubblico rappresenta la vera rivoluzione. La conseguenza è che un crescente numero di cittadini si identificò e si identifica sempre meno con i rappresentanti eletti dai partiti per amministrare la cosa pubblica: la democrazia rappresentativa è entrata in crisi proprio perché si è spezzato il rapporto di fiducia fra rappresentanti e rappresentati.

La cachistocrazia

Se fin verso la fine del XX secolo i cittadini hanno accettato come naturale che nella democrazia rappresentativa il potere di decisione, di fatto, fosse affidato, per delega, dapprima ai rappresentanti eletti dei partiti, e poi via via a gruppi e comitati sempre più ristretti, oggi questa sorta di “deriva oligarchica” è rifiutata. Lo dimostra la disaffezione nei confronti della politica, la ripulsa rabbiosa o rassegnata dei meccanismi della rappresentanza, la denuncia della democrazia dei partiti che si è dimostrata inadeguata a mantenere le promesse e ha offerto prestazioni deludenti. Ecco quindi la tendenza a contestare ogni decisione attraverso il ricorso agli strumenti della democrazia diretta che sta quasi a testimoniare la volontà di recuperare la sovranità delegata al potere politico. Alcune indagini hanno cercato di appurare perché ciò che è stato accettato per tanto tempo – il governo per delega – oggi non lo è più. La risposta emersa è che i leader sono peggiorati e che “non ci sono più i capi di una volta”. Non importa se sia veramente così: ciò che conta è la percezione che i cittadini hanno della politica e dei politici. Dal governo fondato sulla “virtù dei migliori” si è passati al “governo dei peggiori e dei mediocri”. Nel dizionario Zanichelli 2015 il termine che designa il fenomeno fa sua entrata trionfale: cachistocrazia.

 

 

Il declino dell’uomo pubblico

Il crollo di credibilità della politica è impressionante. È per altro testimoniato in questi giorni da quella senatrice italiana che ha rifiutato di essere classificata come una politica, alimentando così il sentimento diffuso che spirito di servizio e bene pubblico non siano fra gli obiettivi della categoria. È un caso limite, frutto di un’esasperazione che non ha riscontri altrove, ma pure da noi il fenomeno si avverte. Le inchieste dell’Osservatorio della vita politica confermano. Fra i fattori alla base della sfiducia nei partiti emergono: una certa disinvoltura etica delle élite politiche, gli esempi di cattiva gestione, i clientelismi, gli atteggiamenti poco limpidi, la convinzione diffusa che i politici non risolvono i problemi dei cittadini ma sono soprattutto attenti a interessi particolari, corporativi, di lobby.

E quasi tutti gli intervistati auspicano il recupero di comportamenti trasparenti e moralmente irreprensibili.

Chi si interroga sulle ragioni di questo degrado della rappresentanza, che arriva al dileggio e al disprezzo del politico, parla di un vero e proprio declino dell’uomo pubblico. Certo é che pure noi alcune vicende poco edificanti le abbiamo pure esibite e non hanno incoraggiato una rinnovata fiducia fra rappresentanti e rappresentati.

A più riprese i cittadini ticinesi hanno avuto e hanno tutt’ora la riprova che la gestione di enti pubblici può diventare assai discutibile, confusa e pasticciata quando il principio della rappresentanza politica travalica e prevale sulla competenza. Per alcuni studiosi queste trasformazioni hanno risvolti positivi perché hanno rotto i dogmatismi, lo spirito gregario e il conformismo imposto dai partiti: e un pubblico dotato di maggiore autonomia critica si informa altrove, magari in rete, e i partiti come fabbriche di consenso non funzionano più. Il tema é dibattuto e non privo di insidie.

 

La democrazia del pubblico

Comunque la prima conseguenza di questa marginalizzazione della politica é che mentre nel passato i partiti vivevano di rendita, con un elettorato di appartenenza protetto dagli steccati ideologici che ne bloccavano la mobilità, oggi sono costretti a competere per guadagnare il consenso e recuperare i transfughi. Quindi si é passati da un mercato bloccato a un mercato aperto, con un elettorato fluido, di umore mutevole, non più caratterizzato da una fedeltà di lungo corso, dove il consenso é dato e tolto giorno per giorno, e si gioca volta per volta sul rapporto fra domanda e offerta. Il partito ideologico di un tempo é scomparso e non può più essere il luogo in cui si formano le opinioni e si definiscono le intenzioni di voto dei cittadini. L’impressione mia, leggendo gli interventi nei congressi, è che i partiti non abbiano colto appieno la natura delle trasformazioni in atto, e parecchi dirigenti sembrano avere difficoltà ad entrare nella nuova logica: fanno appello alle idee, proiettano il passato nel futuro e l’autocritica per individuare i nodi da sciogliere non è un esercizio frequente: enunciano principi lodevoli ma non sembrano in grado di convincere se non quelli che sono già dalla loro parte. Mi ricordano il grande Giorgio Gaber che nel 1972 sintetizzò con straordinaria efficacia la discontinuità fra enunciazioni programmatiche e azione politica: “Aveva (il politico) tante idee, era un uomo d’avanguardia, si vestiva di nuova cultura e cambiava ogni momento, ma quando era nudo, era un uomo dell’Ottocento. Un concetto, un’idea, finchè resta un’idea è soltanto un astrazione”. In politica il pericolo è sempre in agguato: la storia si ripete e quando si palesa la frattura fra idea e azione, si dilata il distacco fra elettori e eletti, fino a generare vere e proprie forme di rigetto nei confronti della classe politica e quindi ad alimentare componenti a forte carattere populistico. Oggi si parla di una nuova forma di democrazia, di una “democrazia del pubblico” che privilegia il ricorso alle forme della democrazia diretta, che elimina e marginalizza il ruolo di intermediazione dei partiti dando rilievo a una sorta di “personalizzazione della politica”, dove i partiti diventano macchine al servizio delle persone: non è più il partito che traina al successo elettorale ma è la personalità di spicco che deve suscitare fiducia e convincere gli elettori che vale la pena di accettare dei rischi dagli esiti incerti per condurre i cittadini da una situazione poco soddisfacente a una nuova realtà più conforme alle aspettative.

Alla ricerca del leader perduto

I cittadini debbono decidere se promuovere o bocciare dopo aver assistito allo spettacolo in cui i partiti ci sono, ma dove conta molto di più il ruolo dei media e delle singole personalità. Quindi lo spettacolo della campagna elettorale, presumibilmente, non metterà a confronto le ideologie interpretate dai partiti, ma i singoli individui. E forse, per spingere gli elettori a votare e a superare la sfiducia bisognerà recuperare la politica sul terreno, condurre la campagna elettorale sul territorio, confrontarsi nel quotidiano e misurarsi nel concreto. Per sfidare la sfiducia – disse qualcuno – ci vorrebbero persone di cui ci si fida: appunto – per riprendere Gaber – persone in grado di “mangiare un’idea”. Ecco perché i partiti che vogliono ambire a riconquistare spazio non possono affidarsi a programmi generici, magari ben fatti, ma che restano sempre promesse di partiti che godono di scarsa credibilità. Debbono invece puntare su personalità che sappiano imporsi per autorevolezza e affidabilità agli occhi dei cittadini, che siano in grado – è sempre Gaber ha consigliarlo – di “metabolizzare gli ideali come fossero cibo” e spendersi per realizzarli fino in fondo. La fiducia si conquista in due modi: o cavalcando l’onda populista che promette ciò che la piazza reclama e alimenta la sfiducia verso gli altri, oppure proponendo il profilo di un leader che non dia confidenza alla piazza ed eviti le facili promesse, ma sappia esibire rigore morale, competenza, comprensione dei problemi da affrontare. Il capo liberale affidabile – osserva Claudio Magris – è qualcuno più preparato e risoluto degli altri. Recentemente è stato ribadito che ciò di cui soffre la nostra democrazia è la mancanza di leadership individuale, di decisione e di iniziativa, non di un suo eccesso. Condivido. E infatti in questa democrazia del pubblico, dove i partiti sono sfocati e ai margini, si scorgono parecchi individui tentati dal populismo e dalle pratiche demagogiche, ma mancano i leader che ci vorrebbero