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Rassegna stampa

Per la cultura senza la k - 12 novembre 2014

di Carlo Piccardi, musicologo (La Regione del 12 novembre 2014)

La presa di posizione della Lega dei Ticinesi contro il finanziamento della Compagnia Finzi Pasca votato dal Consiglio comunale di Lugano, preannunciando un ricorso e forse il lancio di un referendum mirante a inficiare tale qualificante decisione, va al di là del normale gioco delle parti nella vita politica. Essa, come pretenderebbe, non è nemmeno da considerare nella logica delle priorità da stabilire a fronte della precaria situazione finanziaria in cui versa la città. Al contrario tale azione corrisponde a un pregiudizio per lungo tempo serpeggiante sottotraccia nell’evoluzione storica del cantone, ma che ultimamente, grazie alla presa del populismo dilagante, è cresciuto al punto da prevalere nelle decisioni che richiedono una visione strategica in ambito culturale, contrastando progetti innovativi quali il LAC o affossando sensate operazioni di recupero come è stata la votazione sul Rivellino leonardesco a Locarno.

Autolesionismo

Con tutto il rispetto dovuto alle distinte opinioni non è possibile non rilevare in questo caso il grado di autolesionismo dimostrato dall’atteggiamento leghista e la pericolosità dell’ormai non infrequente divaricazione tra gli atti dei poteri pubblici e l’espressione della volontà popolare. Mi riferisco alla nostra condizione di minoranza, che per sua natura esige un alto grado di compattezza tra istituzioni e cittadini, necessario a sostenere le affermazioni del nostro particolarismo. Nel caso del contributo del Comune e del Cantone alla Compagnia Finzi Pasca, è evidente che il sostegno parallelo che ci viene da Pro Helvetia è erogato in base al principio federalistico teso a garantirci come minoranza. Il messaggio che la Lega ha deciso di mandare, in base a una malintesa definizione delle priorità, ora nega invece questo diritto e questa necessità. È quindi opportuno richiamare l’attenzione su come fin dall’origine ottocentesca, di fronte ai problemi drammatici delle carenze infrastrutturali (strade, scuole), il nostro Cantone non abbia mai cessato di interrogarsi su quegli aspetti della vita civile apparentemente non prioritari, che invece rivestivano un’importanza ai fini del progresso culturale e del riconoscimento identitario.

Il Franscini: ‘Freddezza e indifferenza’

Lo testimoniava Stefano Franscini in merito all’‘indifferenza’ e alla ‘freddezza’ con cui furono celebrate le prime feste nazionali: «I nostri uomini di stato non hanno ancora riflettuto che un po’ di magnificenza non è in simili congiunture un dispendio superfluo: ben vi hanno pensato i principi e ne san profittare a illudere il povero popolo» (La Svizzera italiana, 1837). La terminologia è chiara (‘dispendio superfluo’), rivelante della mentalità a cui il politico si trovava confrontato nella condizione di estrema povertà del paese non ancora in grado di soddisfare tutti i bisogni primari. In quel caso egli mirava soprattutto a sviluppare la coscienza del cittadino (a suscitare l’adesione ai valori simbolici), ma è evidente che, pur cosciente delle difficoltà economiche, egli non esitava a sottolineare l’importanza che l’investimento nelle manifestazioni artistiche rivestiva per la crescita dell’uomo. Su questa linea, comprendendo l’importanza di dotarsi di un fondamentale strumento di cultura, nel 1844 il Cantone votò la creazione di un’accademia universitaria, rimasta sulla carta per mancanza di mezzi finanziari, così come l’idea di un Museo storico cantonale che fu al centro di discussioni in margine alla Festa del centenario dell’indipendenza nel 1898.

Verso un’autonomia culturale

Dopo d’allora si è fatta molta strada: si è creata l’Università, si sono gettate le basi della Casa del cinema, si è fondata l’Orchestra della Svizzera italiana, unendo le forze comunali e cantonali si è creato un polo museale a Lugano e via dicendo. Per una completa autonomia culturale mancano ancora importanti strutture, un teatro stabile ad esempio. In quest’ambito operano però delle eccellenze per cui, prendendo atto dall’affermazione internazionale della Compagnia Finzi Pasca, si è capito che essa potrebbe qualificare la nostra realtà artistica e culturale, vincolandola al nostro territorio, stabilendo opportunamente con questa un rapporto organico. In altri tempi, quando il Cantone era particolarmente impegnato a profilare la propria identità, ciò non avrebbe sollevato obiezioni. In tal senso vale la pena di rileggere la prolusione al corso di filosofia letta da Carlo Cattaneo all’inaugurazione del nostro Liceo cantonale nel 1852: “Voi siete liberi; ma che gioveravvi la libertà del pensiero, se voi non avrete pensieri?”. E, rilevando come la Svizzera italiana non avesse ancora grandi personalità della cultura da opporre a quelle che i confederati avevano espresso fino ad allora (Rousseau, Haller, Bernouilli, Sismondi, de Saussure, Gassner ecc.), con riferimento a ciò che produssero “le piccole repubbliche” di Atene, Firenze e Ginevra, egli affermava che “non è necessaria la vastità di stato” a garantire “la gloria delle lettere e delle scienze”, spronando i concittadini a uno scatto d’orgoglio, a liberare le potenzialità del campo artistico e culturale. Che ne è oggi della consapevolezza che il Ticino d’allora, pur nella ristrettezza economica, maturò onde dotarsi dei mezzi per uscire dal sottosviluppo e dalla marginalità? Certamente il progresso è stato enorme, ma il cammino è ancora lungo. Soprattutto siamo giunti al punto in cui occorrono scelte coraggiose e definitive per consolidare ciò che fino a oggi si è riusciti a fare. In altre parole, siamo a metà del guado. O siamo capaci di percorrere l’ultimo tratto con convinzione e determinazione (come ha dimostrato di saper fare la maggioranza del Consiglio comunale di Lugano nel sostegno al progetto teatrale di Finzi Pasca), oppure restiamo impantanati vanificando ciò che finora abbiamo costruito in quest’ambito. È quindi più che mai necessaria una mobilitazione delle coscienze di fronte alla minaccia di referendum della Lega. Anche perché si sta profilando ormai pericolosamente una strategia sistematica contro la cultura da parte della destra populistica (si veda a Mendrisio l’opposizione alla ristrutturazione della Filanda come centro culturale), che indebolirebbe il già debole peso culturale della nostra regione in ambito nazionale. Soprattutto sarebbe ora di smetterla di riferirsi alla ‘Kultura’ con la k da parte di chi non si rende conto di come sciaguratamente ciò richiami all’affermazione di Goebbels e di Goering (“Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”), che fa correre un brivido nella schiena per le conseguenze che ciò ha prodotto qualche decennio fa.