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Rassegna stampa

Gli intellettuali - 12 novembre 2014

Gli intellettuali troppo assenti? ‘È retorica stantia, reinventiamoli’

Intervista a Fabio Pusterla (La Regione del 12 novembre 2014)

Se la poesia è anche «coscienza del mondo», in ‘Argéman’ non manca una serie che in modo più diretto osserva le storture del nostro tempo; la depredazione dell’ambiente e della salute in nome del profitto, il silenzio colpevole, le tragicomiche conseguenze della nostrana violenza politica.

Diciamo che in ‘Argéman’ ci sono alcune poesie che potremmo definire di più chiaro impegno civile. Ma la denuncia è un compito che la poesia può assolvere senza snaturarsi o svilirsi?

Non credo nella “poesia civile” tradizionalmente intesa, cioè in una messa in versi retorica di una preoccupazione politica, etica o appunto civile. Però penso che la poesia, mettendo in discussione e provando a rimodulare le parole, cioè il nostro principale legame con la realtà, abbia sempre una funzione importante di ampliamento della coscienza e di intensificazione della lucidità. Inoltre, io credo si possa fare poesia con tutti gli elementi dell’esperienza umana; e tra questi c’è anche il vivere nella realtà, prendendone atto e reagendo. La poesia non è in questo senso un territorio privilegiato o protetto; tutto, io credo, può diventare materiale poetico. Poi, bisogna vedere cosa ne sa fare l’autore.

Nelle scorse settimane, a partire da un articolo di Andrea Ghiringhelli, si è sviluppato una sorta di dibattito sul ruolo dell’intellettuale, sulla presenza che dovrebbe garantire nel proprio contesto sociale. Vale a dire facendo sentire la propria voce, prendendo posizione su temi sensibili, difendendo valori imprescindibili qualora minacciati. Indirettamente, questa era anche un’accusa agli intellettuali ticinesi che negli ultimi anni si sarebbero fatti sentire poco. Che cosa ne pensa? Dove e in che modo un intellettuale deve far sentire la propria presenza?

Mi pare che il punto di partenza di quell’accenno di dibattito fosse un’immagine un po’ troppo stretta e riduttiva della funzione intellettuale. Un intellettuale è tale perché scrive sui giornali? Se è così, temo che oggi lo spazio intellettuale sia scarsino: intanto perché i giornali sono quello che sono; e poi perché l’imbarbarimento del linguaggio giornalistico e politico è tale da inghiottire ogni cosa, persino l’intervento sensato e ragionevole. Si può ancora sperare che il quotidiano sia veicolo di riflessione e di critica, e non solo urlaccio o chiacchiericcio? Forse: ma allora ci si potrebbe augurare anche da parte del quotidiano qualche iniziativa, qualche proposta, qualche richiesta; e non solo l’attesa di un eventuale intervento. Ma poi: contano solo i giornali? Io faccio l’insegnante: non svolgo anche insegnando una funzione intellettuale, ed etica? E se scrivo un libro, mettiamo un libro di poesie: vale, nel computo dei meriti intellettuali e civili, o non vale niente? O si fa troppo fatica a leggerlo perché è lungo e complesso? Insomma, nel lamento ricorrente circa l’assenza presunta degli intellettuali sulla scena politica, a me pare di vedere qualcosa di comprensibile ma anche un po’ di retorica stantia, e la riproposizione di un modello (quello dell’intellettuale militante del ’900) che forse oggi non può più esistere, o comunque dovrebbe essere reinventato.