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Rassegna stampa

Come funamboli sulla corda - 12 novembre 2014

Insieme a Fabio Pusterla scopriamo il suo nuovo libro e il suo sguardo sul nostro tempo

di Claudio Lo Russo (La Regione del 12 novembre 2014)

L’argéman, la libellula, la libertà della parola, la coscienza di noi stessi. Poesia, per andare alla ricerca dei ‘nostri sogni residui’.

È uscita da alcune settimane la nuova raccolta poetica di Fabio Pusterla, ‘Argéman’ (Marcos y Marcos). Argéman, come in dialetto le lingue di neve perenni; ma anche come un fiore o un villaggio palestinese. Forse è il risultato di una selezione di testi che poteva essere più rigorosa, ma quello di Pusterla è un libro che traccia piste che conducono lontano, sempre nel cuore di un tempo presente espanso, condiviso, da intercettare nelle sue feritoie indifese. Ne abbiamo parlato con lui.

L’aspetto, ci pare, più difficile e intrigante, è la ricerca fra le sezioni del suo libro di un filo, di una corrente che tutto tiene. Si trova forse in immagini come l’argéman, la soglia, la libellula; in una sospensione fra stasi e movimento, resistenza e abbandono, apertura e chiusura? È su un confine che va osservato il nostro tempo?

La “corrente sotterranea” cui lei allude, se come spero esiste e fa del libro un libro, non solo una raccolta di testi, è originata dai movimenti di profondità che si agitano nella scrittura. Voglio dire che questa corrente, non è dovuta a un progetto preventivo, ma si è rivelata alla fine, o comunque ad opera avanzata. E sì, credo e spero che ‘Argéman’ sia attraversato dalle vibrazioni che lei evoca, tra soglia rischiosa e volo franto della libellula. Il confine, certo, è un’altra immagine ricorrente: confine reale, a volte, ma più spesso interiore e simbolico; perché noi oggi forse ci muoviamo davvero su un confine, come un funambolo sulla corda.

Lei scrive: ‘Sto facendo, si capisce, quello che di solito mi vieto di fare: scrivere liberamente, senza un filo logico, lasciando che le parole si chiamino da sole…’. Come rientrano nel suo disegno poetico l’istante, lo slancio subitaneo: la libertà della parola?

La scrittura è, per quanto mi riguarda, una ricerca il più possibile cosciente e controllata; l’origine può essere, e molto spesso davvero è, qualcosa di profondo che risale dalle zone più vaghe della mente e della coscienza, talora dall’inconscio. Ma poi quel motivo iniziale deve essere esplorato, modellato e lavorato, e qui intervengono, mi auguro, la ragione e la coscienza critica, la tradizione a cui ci si riferisce e il senso del linguaggio che si pratica. Tuttavia questo non esclude affatto che le parole finiscano per prendere comunque il sopravvento: nonostante il controllo, nonostante la vigilanza critica, le parole guizzano agili, si alleano sotterraneamente, e per finire conducono l’autore in luoghi che non prevedeva e non immaginava di percorrere.

In ‘Argéman’ si sovrappongono molte forme diverse fra loro. Se il Novecento ha segnato una costante tensione verso il rinnovamento, che cosa dà senso oggi all’esercizio della poesia?

La compresenza di forme ritmiche e persino di generi poetici diversi non è per me una novità assoluta; tuttavia forse questa volta mi sono sentito particolarmente attratto proprio da questa mescolanza, dall’alternarsi di motivi gravi e motivi più volanti, per così dire. E anche dalla compenetrazione di materia grezza e frammento di canto, il piccolo canto che ci possiamo ancora consentire. Non so dire brevemente cosa oggi dia ancora senso all’esercizio della poesia; se non, forse, il tentativo di dare corpo linguistico e ritmico alla nostra percezione dell’esistenza, alla nostra coscienza di noi e del mondo; possibilmente, anche ai nostri sogni residui.