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Rassegna stampa

Manca una politica - 8 novembre 2014

di Davide Martinoni (La Regione dell’8 novembre 2014)

Da anni ‘al fronte’ con i bisognosi, fra Martino Dotta commenta con amarezza il caso dei bimbi scolarizzati in Gambarogno ma poi indotti a lasciare il territorio svizzero assieme ai loro padri. ‘Quella degli ecuadoriani è una realtà che si ripresenta da una decina d’anni, ma il Cantone non ha ancora stabilito quale linea seguire. Così deve pensarci la società civile’.

«È una questione che sollevo da tempo. Da una parte, non essendoci particolari problemi di ordine pubblico e visto che la popolazione è tollerante, l’autorità ha la tendenza a chiudere un occhio, a partire dai tempi di permanenza, sui quali a mia conoscenza non c’è nessun controllo. Ma dall’altra, quando per un qualche motivo emerge la sensazione che ce ne siano in giro troppi, la stessa autorità interviene talvolta in maniera drastica. Il punto è che non c’è una vera politica di gestione di questa realtà, ma è una realtà che si ripresenta puntualmente da ormai una decina d’anni. Così a gestirla deve pensarci la società civile».

L’ultima volta che abbiamo incontrato Martino Dotta è stato davanti a un piatto di lenticchie e cotechino, in una notte di Natale, nel rifugio della Protezione civile che il frate cappuccino aveva ottenuto in prestito e organizzato con la forza della sua incrollabile volontà. Lo gestiva con l’aiuto di un manipolo di volontari ticinesi fuori dall’abitato di Lumino, all’uscita di un curvone costeggiato da cumuli di neve ingrigita. Quando si stabilivano i turni stavamo seduti in silenzio, sulle panchine, con fra Martino che teneva il registro. Gli «io!» di chi si annunciava per le notti provocavano nel gruppo un misto di sollievo e invidia.

Con noi al tavolo, quella sera di vigilia, c’erano persone sole, problematiche, di quelle che non sorridono soltanto perché un brindisi di imprecisato augurio lo richiede. Un uomo rimasto senza casa ci aveva detto di essere svizzero, ma non aveva più documenti. Raccontava di un passato lontano talmente normale da sembrare impossibile. Avevo considerato quei denti così neri un segno di resa.

C’erano, anche, rappresentanti di quella ondivaga comunità ecuadoriana proveniente dalla Spagna che sotto le feste colora il Ticino con merci di tonalità rossastra e canti malinconici, strimpellati da chitarrine “charango” erose dall’uso. Ricordo bambini vivaci, con l’eterno moccio al naso, infagottati in improbabili vestiti di seconda mano scelti sempre troppo larghi o troppo stretti. In saletta trafficavano con certi giochi rotti, litigavano un po’, poi ci salivano sulle ginocchia e sembrava di tenere in braccio un cucciolo. Nell’aria c’era l’odore di una gallina mezza bollita affondata nel pentolone gestito da due donne che dio solo sa cosa si dicevano in lingua quechua. Quanto agli uomini, non ce n’erano: avevano preso i loro furgoni bianchi e stavano commerciando da qualche parte a Bellinzona. Su insistenza dei volontari avevano lasciato i bambini al caldo. Li avremmo ritrovati più tardi, al loro rientro, segnati da qualcosa che sembrava molto alla disillusione.

Si chiama esperienza, questo cumulo di sensazioni. Ti segna, la porti con te, e quando la evochi è come tornare là. Esperienza unica in astratto, visto la straordinaria opportunità di viverla; ma anche in concreto, almeno per la maggior parte dei volontari, che i suoi Natali è tornata a passarli senza apolidi o galline bollite. Unico, ma certamente solo in astratto, quell’inverno gelido è stato per fra Martino, che da allora ha continuato la sua opera di carità cristiana anche con gli stessi ecuadoriani. Diversi di essi dice di incontrarli alla mensa sociale della “casetta gialla” di Lugano. Situazioni non facili, come quella risolta in un certo modo a Contone. «Mi spiace che sia stata adottata questa linea dal Dipartimento istituzioni, quando c’era l’accordo del Municipio di Gambarogno e il permesso alla scolarizzazione rilasciato dal Dipartimento educazione – dice fra Martino interrogato sugli eventi di Contone e Quartino –. Sul piano umano quanto successo non lo considero un buon segnale da parte delle nostre autorità, perché mi sembra un po’ un pasticcio, un cercare di riparare a un errore con un altro errore». Il primo, va ricordato, è stato il divieto di scolarizzare i bambini espresso tardivamente, e a torto, dal Dipartimento istituzioni; il secondo, andare a prendere le famiglie paventando un futuro divieto d’entrata qualora si fossero opposte ad una partenza “volontaria”.

«Ricordiamoci che stiamo parlando di un diritto, quello alla scolarizzazione dei bambini, indipendentemente dalla loro situazione legale e da quella dei genitori, che non possiamo decidere noi, nemmeno come Svizzera, di concedere o meno. Addirittura qualsiasi autorità, in virtù della Convenzione sui diritti del fanciullo, ha il dovere di favorire la scolarizzazione».

Secondo Martino Dotta questo piccolo caso ticinese «dimostra ancora una volta la mancanza di una vera linea politica nel gestire i flussi migratori temporanei. Abbiamo una realtà che si ripresenta di continuo e il fatto di voler negare un centro di accoglienza anche solo notturno per queste persone significa, dal mio punto di vista, non riconoscere il problema. Si lascia che ci pensi l’iniziativa privata con la bontà della gente, cui viene demandato il compito di reagire e di intervenire. Credo che in una società che si vuole definire civile sia scontato che, a partire dall’autorità, ci si occupi di chi si ritrova per strada senza un alloggio degno di tal nome». Ma il problema è da situare ancora più a monte, sottolinea il frate: «Nella mancanza di strutture di prima accoglienza per gli stessi residenti. Casa Astra, del Movimento dei Senza Voce, da anni fa una gran fatica a portare avanti il suo progetto, ad ampliarlo, perché il Cantone non vuole impegnarsi più di tanto nel sostenerlo e nel promuoverlo, ma nello stesso tempo spende un mucchio di soldi collocando le persone nelle pensioni e rimanendo vago nella definizione dei dati statistici e nella stessa quantificazione dei costi».