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Rassegna stampa

Ancora sulla Ticino's involution - 8 novembre 2014

di Fabio Merlini, dir. regionale IUFFP (La Regione dell’8 novembre 2014)

L’autoreferenzialità è un vizio che attraversa con insistenza le nostre società, distorcendo non poco la rappresentazione che esse si fanno di se stesse. Modi di essere e di agire possono dirsi autoreferenziali quando smarriscono il senso della realtà. Quando trascurano la considerazione del contesto. Quando neutralizzano la capacità di valutare il mondo circostante ponendosi responsabilmente in relazione con esso. Ma, soprattutto, quando offuscano questa stessa relazione a causa di un riferimento ossessivo a se stessi che impedisce di vedere altro se non, appunto, se stessi: i propri interessi, le proprie paure, la propria immagine. Ne sappiamo qualcosa anche noi, qui in Ticino. Confrontati, come siamo, con soggetti politici arroganti del tutto indifferenti a quanto di meglio ha saputo produrre nel passato il nostro Cantone (accoglienza, coraggio, intraprendenza, solidarietà, responsabilità), ma prontissimi, invece, a lasciarsi ispirare da quanto di peggio è accaduto nella vicina Repubblica in questi anni e da quanto inquina il dibattito politico a livello svizzero.

Chiusura e ripiegamento

Grazie al consenso di cui gode e grazie alla sua micidiale viralità, questa angusta visione delle cose sta trascinando il Paese verso una chiusura e un ripiegamento funesti per almeno due ragioni. In primo luogo, perché misconoscendo completamente ciò a cui dobbiamo una buona parte del nostro benessere, ci stiamo involvendo in una tale condizione di isolamento da pregiudicare qualsiasi possibilità di mediazione dei diversi interessi in gioco, proprio quando dappertutto attorno a noi cresce l’interdipendenza. Il corollario di questo atteggiamento è la caduta libera della nostra credibilità verso l’esterno. In secondo luogo, perché, in barba a qualsiasi sapere della complessità, a furia di semplificazioni grottesche finiremo col credere davvero che all’origine del nostro disagio e del nostro impoverimento via siano responsabilità facilmente identificabili: da indicare, stigmatizzare e di cui sbarazzarsi al più presto senza tante cortesie. Proprio come insegnano i migliori manuali per la scuola dell’odio alla voce “caccia agli untori”.

La fragilità della democrazia

Lavorare alla distruzione dei legami sociali, instillare il sentimento dell’identità esclusiva spezzando le relazioni e le reti di solidarietà, è quanto di più idiota si possa intraprendere, soprattutto nei momenti di crisi. Qui la peggior politica si allea con la peggior economia. È in momenti come questi che si vede bene quanto sia fragile la democrazia. Ma è proprio in questi momenti che dovremmo anche capire quanto la storia della sua affermazione rappresenti una eredità che non possiamo permetterci di dissipare come stiamo invece facendo. Approfittare della sua fragilità, giocando cinicamente con l’esasperazione dei cittadini, significa disprezzare nei fatti il grande progetto moderno della sovranità popolare. Significa assecondare quell’autoritarismo falsamente “popolare” che è la grande tentazione delle fasi storiche di indebolimento delle posizioni sociali acquisite. Ma anziché prenderci cura di questo dono ricevuto in eredità, che cosa facciamo? Diffondiamo l’ignoranza e i più triti luoghi comuni sulle ragioni del malessere allo scopo di strumentalizzarlo, facendo segno su false soluzioni. È la sprovvedutezza della paura e della debolezza che reagisce attaccando, una volta individuato chi attaccare. È l’irresponsabilità di coloro i quali si avvantaggiano della paura nel modo peggiore: usandola per i propri fini elettorali. In questi casi, il dibattito politico non può che imbarbarirsi, poiché scegliendo il registro dell’aggressività, dell’egoismo e dell’ignoranza ne esaspera i toni, destando in noi una aggressività non meno temibile. Certo, il tempo stringe e non è il momento dei sofismi. Ma le risposte devono essere ponderate non opportunistiche, in caso contrario servono solo a soddisfare, qui e ora, la nostra sete riparativa, a compensare le nostre frustrazioni, ad assicurare un volto alle ragioni del nostro risentimento: “Fuori dalle balle balivi, frontalieri e immigrati”. Rispetto a questa lezione di eleganza, il triste primato dell’avanguardia, qui da noi, spetta alla Lega dei Ticinesi, la cui scaltrezza e volgarità ha fatto fessi i partiti storici, lasciando loro intendere che prima o poi da questo imbarbarimento della vita politica ci avrebbero guadagnato un po’ tutti. Illusi. Già solo la sua denominazione, con l’eccentrica pretesa di voler rappresentare la totalità della gens cantonale (“dei Ticinesi”), mette i brividi, poiché lascia intendere implicitamente che coloro i quali non vi si riconoscono siano poco degni di questa appartenenza identitaria. La logica dell’esclusione e dell’offesa di cui si fa paladina, è già all’opera nel nome stesso. Si poteva capirlo subito.

Autoreferenzialità e delirio

Come anche in questo caso, l’autoreferenzialità veicolata dai movimenti politici regressivi è un fenomeno che non va sottostimato, poiché sollecita con un’astuzia perversa il narcisismo dilagante delle nostre società: qui essa si allea con le peggiori logiche di mercato. Un organismo si dice “autoreferenziale” laddove è in grado di determinarsi da sé, riferendosi solo a se stesso, cioè quando si compone di elementi la cui interazione esclude qualsiasi apporto proveniente dall’ambiente esterno. Detto altrimenti, è quel che è, ma solo grazie a ciò di cui si costituisce. La sua definizione, cioè, non dipende da altro se non dall’insieme dei suoi componenti. Se questo può valere per alcuni sistemi complessi, la stessa logica applicata ad altre realtà, come accade nei movimenti politici regressivi, può essere letale sia per chi vi si fa portatore (e questa sarebbe la buona notizia), sia per gli immediati dintorni (e questo è invece allarmante). A forza di pensarci come identità autosufficienti e indipendenti, stiamo entrando di corsa in quella percezione allucinata della realtà, del tutto scollata dalle nostre reali condizioni d’essere, per definire la quale la psichiatria ha un termine preciso: delirio.