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Rassegna stampa

L'autostima di bassa lega - 7 novembre 2014

di Aldo Bertagni (La Regione del 7 novembre 2014)

“Abbiamo paura perché abbiamo perso la capacità di prevedere quello che ci riserva il futuro. La paura è anche legata al fatto di sentirci impotenti di fronte alle cose che prendono il sopravvento. Paura e ansia si legano a un terzo sentimento che è quello dell’umiliazione, un vero e proprio colpo alla nostra autostima, perché ci fa sentire dei falliti”. Tre elementi che danno origine “al desiderio spasmodico di individuare un colpevole per placare il nostro senso di impotenza e scagliarsi contro la presunta causa”. Parole di Zygmunt Bauman, sociologo giunto alla notorietà con le sue tesi sulla ‘società liquida’, riportate alcuni mesi fa in una bella intervista concessa al ‘CdT’. Ci sono tornate alla memoria leggendo lo studio Pilotti-Mazzoleni (cfr. ‘laRegione’ di martedì 4) sul voto popolare dello scorso 9 febbraio, quello sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa che in Ticino ha raccolto oltre il 68% dei consensi. Bauman fa riferimento alla fragilizzazione della società contemporanea che, perse le certezze ideologiche, si direbbe rimodellata sull’ansia; sullo scorrere dell’incertezza. Lo studio dell’Osservatorio politico, per contro, ci dice che l’asprezza dei toni usata dai partiti politici tradizionali contro l’autorità federale e i frontalieri, ha creato un effetto-placebo. Non ha cambiato le cose (ci vuole ben altro!), ma rasserenato gli animi dei cittadini che oggi si sentono così più vicini alla classe politica ticinese. L’individuazione di un colpevole, per dirla con Bauman, avrebbe placato il nostro senso di impotenza, sino a restituirci – ci vien da aggiungere – uno straccio d’identità dove ognuno può riconoscersi, da Airolo a Chiasso (una mezza rivoluzione, perché supera gli eterni regionalismi ticinesi); dove ogni residente, non importa con quale passaporto d’origine, può finalmente trovare casa. Tutti uniti sotto la bandiera della ‘presunta causa’. E poco importa se consapevolmente presunta, come forse sa gran parte di coloro che ha votato contro l’immigrazione di massa. Perché forse, prima ancora della sostanza (il lavoro di qualità che scarseggia, la concorrenza salariale degli ultimi arrivati, il costo della vita che non cala), conta l’apparenza; la ‘ticinesità’ che non c’è e non potrà mai esserci perché assurdo storico, ma necessaria a farci almeno sentire (se proprio non possiamo esserlo) più forti. Come un gioco degli specchi dove la nostra immagine ci ritorna sfuocata e quasi più ci piace, perché ci nasconde le rughe, che ovviamente sappiamo di avere.

Ansia e paura, sostengono gli psicologi, sono condizioni necessarie di sopravvivenza. Ci allertano e ci tengono svegli, per ogni evenienza. Vanno però utilizzate bene, indirizzandole verso la ‘giusta causa’. Come si fa? Dicono serva l’empatia, l’investimento sentimentale. Solo chi ci vuole bene, del resto, ci fa sentire importanti e dunque meno impotenti. In politica si traduce con una leadership capace di rifondare speranza e convinzione nei propri mezzi. Coniugando gli interessi degli esclusi (chi è obbligato a fare i conti solo con l’economia cantonale) con quelli degli inclusi nelle opportunità globali. Fra pochi mesi si cambiano governo e parlamento. Quale occasione migliore?