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Rassegna stampa

Questo paese logorato dai "Neocon" - 26 ottobre 2014

Lillo Alaimo (Il Caffè del 26 ottobre 2014)

Quante volte lo si è detto! La Lega ha saputo sfruttare prima d’altri i condizionamenti sociali del momento. Ha cavalcato e gonfiato a dismisura pericoli e rischi, ansie e preoccupazioni. Ha trasformato il tutto in una perpetua emergenza. Ma ora che il padre padrone del Movimento non c’è più, ora che le responsabilità leghiste sono anche di governo, i suoi uomini nuovi appaiono sempre più disorientati. D’abitudine inclini alla ricerca del facile consenso, ora più di un tempo mettono i piedi in fallo. Non è certamente facile governare e contemporaneamente arringare l’elettorato mantenendo il proprio Dna politico di movimento d’“opposizione gridata”. E cioè a dire quello di una forza neoconservatrice fattasi collettore e coltivatore di paure. Da quella per la minaccia musulmana alla pericolosità degli stranieri, dalla concorrenza sul lavoro dei frontalieri a quella per i profughi dai Paesi poveri. E quando i temi da dare in pasto agli elettori sono questi, la reazione a caldo della base vince sempre e comunque sulla ragione e la razionalità delle analisi. Le risposte immediate alle paure della gente, generano consenso perché gratificano anche l’opinione pubblica più moderata. Da qui la rincorsa degli altri partiti allo stile leghista. Un suicidio.

Ma ora, ora che alle parole bisogna far seguire i fatti e ora, ora che i fatti devono fare il paio con la realtà delle cose (accordi internazionali, impegni federali, necessità di bilancio...), il movimento leghista appare disorientato. Da Bellinzona, dove ha la maggioranza relativa del governo cantonale, a Lugano, dove stringe il timone di una città sull’orlo del fallimento.

Finito il tempo dell’exploit politico-sociale con le scampagnate alla testa delle opposizioni, chi per la Lega ha responsabilità di governo succede che talvolta non sappia che pesci pigliare. Tanto da vedersi costretto a disconoscere il padre fondatore e tutto ciò che lui utilizzò come testate d’angolo per la sua creatura politica: una forza, neoconservatrice appunto, la cui unica condizione d’esistenza sembra essere, man mano che i tempi passano, solo quella d’opposizione. Altrimenti la confusione, come di fatto è oggi, è sovrana.

I moltiplicatori d’imposta comunale non sono più un totem intoccabile per la Lega. I radar sulle strade non sono più “nemici stradali” dei leghisti se servono ad arrotondare gli incassi. La tassa sul sacco dei rifiuti non è più il diavolo, come dipinta dal patrón Bignasca, se rimpingua i bilanci dello Stato. E anche il costo dei parcheggi nei centri commerciali non è più inviolabile se può essere utile a generare incassi a Bellinzona.

Che succede alla Lega?! Chi ha responsabilità di governo sembra aver perso il senso della misura rispetto alle proprie origini. Sembra smarrire il senso delle proporzioni quando in gioco c’è la politica sull’immigrazione. Si nega addirittura la scolarizzazione a due bimbi ecuadoregni o si invocano, se non i muri alle frontiere come faceva il padre padrone, dogane e paesi di confine “presidiati” giorno e notte, magari anche da ronde di cittadini.

Gli imprenditori della paura hanno fatto il passo più lungo della gamba. Hanno perso il senso della misura in questo cantone sfibrato da anni di politica incapace di guardare con costanza al futuro e di progettare un Paese nuovo.

Si badi bene, non abbiamo mai scritto che i temi, i problemi, i nodi sociali messi sul tavolo dalle forze neoconservatrici siano inesistenti o marginali. Sono le soluzioni prospettate scodellate in quattro e quattr’otto ad uso e consumo di un elettorato impaurito - ad essere spesso inconsistenti e per questo inapplicabili. Ed è la deformazione della realtà a fini elettorali ad essere inaccettabile.

È reale e serio il problema di un cantone che fatica a rendere fertile il terreno per la creazione o l’arrivo dall’estero di aziende robuste. È questo il vero nodo che il nostro mercato del lavoro deve sciogliere. Non certo la presenza di 60 mila frontalieri che la Lega vorrebbe ridurre a 30 mila. Chi prenderebbe il loro posto? Quand’anche ci fossero 10 mila disoccupati residenti il cui profilo corrisponda esattamente alle richieste del mercato, gli altri ventimila posti lasciati vuoti dai frontalieri da chi sarebbero occupati? Che problema c’è!? Da nessuno, risponderanno i fautori della “decrescita felice”, cioè chi punta non al Pil (il prodotto interno lordo), ma al Fil (la felicità interna lorda). Fatto è che in un mondo sempre più interconnesso, questo triangolo di terra incastonato tra la Svizzera tedesca e l’Italia, deve e dovrà sempre più fare i conti con chi gli sta intorno. Con chi, l’Europa, gli permette di guadagnare quasi un franco su due di quel Pil tanto vituperato. E i Paesi di frontiera, lo si ricordi, restano i più importanti partner commerciali della Confederazione.

È reale e serio il tema dell’immigrazione e dei profughi. Come recentemente ha detto padre Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, occorre riconoscere che esistono limiti nell’accoglienza. Ma che questi, e veniamo ai metodi grezzi dei neoconservatori, non siano quelli dettati dall’egoismo di chi si asserraglia nel proprio benessere e chiude gli occhi e il cuore davanti al proprio simile che soffre. Ma siano i limiti imposti da una reale capacità di “fare spazio”.

Questi sono stati anni in cui, a causa di un politica che ha perso il senso della misura, si sono dissipati anche i valori morali.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. Q@lilloalaimo