...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

Intellettuali e politica - 18 ottobre 2014

di Andrea Ghiringhelli, storico (La Regione del 18 ottobre 2014)

In un articolo di qualche tempo fa avevo dichiarato di non capire il mutismo degli uomini di cultura, restii, salvo poche eccezioni, a pronunciarsi sulla degenerazione dei comportamenti della politica che certamente, in qualche frangente, non esibisce la “virtù dei migliori”. Di fronte a certi episodi, sembra quasi che si sia persa una delle componenti essenziali del vivere civile, ossia la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue: lo annotava in due famosi libretti Stéphane Hessel, un ultranovantenne che invitava i giovani a non rassegnarsi. Lo scrittore Camilleri osserva che una volta la cultura si chiudeva in una sua torre d’avorio, ma oggi il fenomeno si sta accentuando, in peggio: prima c’era l’impegno, poi il non impegno e ora un terzo livello, l’indifferenza. E a coloro che, per giustificare il silenzio, sostengono che compito dell’intellettuale è “fare bene il suo lavoro”, ricorda che gli intenti sono encomiabili, ma non esauriscono l’impegno civile degli intellettuali, che hanno la responsabilità e il dovere di prendere posizione come cittadini.

È opinabile, ma nella categoria ci metto tutti coloro che sanno prendere la parola con cognizione di causa e coscienza critica al di fuori dello stretto ambito di loro competenza, quindi non l’esperto superspecializzato, incapace di cogliere la realtà oltre il recinto della sua specializzazione. Resto convinto che il compito degli intellettuali sia quello di produrre delle idee: di combattere il pensiero corto, di dare delle ansie, di sollevare degli interrogativi. Norberto Bobbio , insigne studioso, precisava che gli uomini di cultura debbono seminare dubbi: non dare soluzioni, non risolvere le crisi ma crearle! E aggiungeva che l’intellettuale svolge la sua funzione critica e non propagandistica quando sa parlare contro la propria parte, per metterla in crisi e farla riflettere. Umberto Eco approva, ma avvisa che il rischio è di essere fucilati dopo la prima ondata: la critica aspra non è gradita in politica e c’è la possibilità di subire il fuoco amico.

Dibattito intensissimo nell’Ottocento

La relazione fra uomini di cultura e politica nel nostro Paese meriterebbe un discorso approfondito: fu intensissima nell’Ottocento e vide in primo piano uomini di grande levatura culturale e morale: Vincenzo Dalberti, Stefano Franscini, Romeo Manzoni, Alfredo Pioda, Brenno Bertoni, Emilio Bossi diedero vita a memorabili dibattiti, fondarono partiti e movimenti e condizionarono le scelte della politica; senza dimenticare il giovane Francesco Chiesa , lo scrittore e poeta militante nell’Unione Radicale Sociale Ticinese, che mise il dito nella piaga con una serie di articoli graffianti, “Le lettere iperboliche”: indagavano nei vizi dei ticinesi e i politici non applaudirono. Il rapporto fra cultura e politica si dissolse via via nel corso del Novecento, con ritorni di fiamma nei periodi cruciali della storia. Il divorzio si consumò negli ultimi decenni senza soluzione di continuità per tutta una serie di ragioni. Intellettuali, per formazione e cultura molto diversi, negli ultimi decenni del secolo scorso tentarono di scuotere le coscienze puntando il dito sulle manchevolezze della politica e alcuni si impegnarono in prima persona nella vita pubblica, ma furono tutto sommato inascoltati: ricordo le feroci polemiche di Virgilio Gilardoni contro la svendita del nostro patrimonio culturale e lo smarrimento dell’identità del Paese, o Mario Agliati che puntava il dito, con meno enfasi ma altrettanta determinazione, sullo scempio del paesaggio luganese, o Piero Bianconi accusato di passatismo retrogrado, e Giovanni Orelli , definito nel 1991 dalla lega un intellettualoide, confuso e frustrato per aver condannato la degenerazione di certi comportamenti della politica. Erano intellettuali pubblici che concepivano il loro ruolo imprescindibile dall’impegno civile e non esitavano a esporsi, ma restarono isolati. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso alcuni progetti di rinnovamento dei partiti – il rapporto Jauch nel 1995 per il Ppd e il rapporto di area liberale per il Plrt nel 1988 – suggerirono strategie diverse per ricucire la fiducia con i cittadini, ma non ebbero seguito. La bozza del rapporto Plrt portava sul frontespizio una citazione di Ralf Dahrendorf , “Essere liberali è una posizione operativa, vigile, chiara e, se necessario – e lo è spesso – battagliera”: era una entusiastica dichiarazione di intenti, destinata purtroppo a restare tale e, in effetti, il giovane Fulvio Pelli , presidente del Partito liberale radicale, dichiarò qualche anno dopo – il suo era un implicito atto di accusa – che non si possono lanciare idee vincenti, e utili per la società, se tutti stanno in silenzio. Sempre in quegli anni vi fu il il tentativo della rivista ‘Ragioni Critiche’, che riuniva un gruppo di intellettuali liberali sotto la direzione di Giancarlo Olgiati , di ripristinare il rapporto fra cultura e politica: sembrò riuscirci, ma poi dovette ammettere che “si è realizzato un curioso primato della politica, sostanzialmente indifferente, intellettualmente e moralmente, alla qualità della stessa politica”.

Oggi politici autoreferenziali e cittadino perturbatore

E oggi? Oggi – osservano gli studiosi – il ceto politico è autoreferenziale, chiuso e insofferente nei confronti degli apporti esterni che vengono percepiti come indebita intrusione. Il cittadino che dall’esterno sollecita un processo di autocritica è considerato un perturbatore. La politica non sa più che farsene della cultura: semmai serve l’esperto “usa e getta”. Ho cercato di dire la mia con un contributo precedente (‘Plr alla prova decisiva’) che si interroga sulle difficoltà dei partiti storici, dà qualche interpretazione e lascia in sospeso alcune domande: parlo di crisi del partito e di identità che mi sembra innegabile; di disaffezione e liquefazione dell’elettorato liberale radicale pure incontestabili; evoco la necessità di leader pigliatutto, autorevoli e carismatici; sostengo che i partiti faticano ad accettare dei salutari processi di autocritica; annoto che fra le due anime del Plr non c’è più un vero confronto di idee e ciò genera danni devastanti. Il disagio è davanti agli occhi di tutti, ed è pericoloso nascondere i detriti sotto il tappeto.

Buoni propositi ma poi non si entra nel merito

La replica dei diretti interessati – giovani e competenti – è una dichiarazione di fede nei confronti del partito, che va benissimo, ma è fuori contesto perché non si tratta di lanciare la campagna elettorale, ma di affrontare i problemi e dare risposte agli interrogativi, che poi sono quelli di tanti cittadini. Mi pare che la reazione sia sbagliata: si enunciano buoni propositi, ma non si entra nel merito. Il deputato Christian Vitta esprime la necessità di trasformare in energia positiva le analisi brucianti: sottoscrivo, ma quando inizia il lavoro? Insisto: si può essere partigiani e, allo stesso tempo, mantenere la capacità di un’analisi imparziale, distaccata, critica e spassionata della realtà, ma non mi sembra che questa convinzione sia largamente condivisa. Di ben altro spessore l’intervento autorevole di Giovanni Merlini , denso, articolato, critico e propositivo, ed è la dimostrazione di quanto detto: si può essere imparziali senza essere neutrali! Il suo contributo dovrebbe essere una stimolante base di discussione per un confronto e un franco dibattito sulle direttive indispensabili per un autentico rinnovamento. Ma ho l’impressione che Merlini rappresenti una pianta di alto fusto non frequentissimo nel bosco sacro, non pregiatissimo, della politica ticinese e certe sue idee le ha già formulate nel passato, con scarsa fortuna. Io mi sarei aspettato che proprio i giovani promettenti della politica, dopo le scontate dichiarazioni di fede, facessero il lavoro suggerito da Merlini: assumessero un atteggiamento critico, indicassero i nodi da sciogliere, le strategie da seguire e ammettessero che non tutto fila per il verso giusto. Invece di dibattere sulla sostanza delle mie modeste e piuttosto banali considerazioni – che altro non sono che una eco di un disagio diffuso – qualcuno ha pensato di fucilarmi alla prima ondata e la prima colpa grave è di avere assunto delle posizioni di sinistra, intendendo con ciò alludere – se ho ben capito – al fatto che abbia osato portare alcune note critiche in particolare nei confronti della leadership del partito e non sia stato in grado di mantenere la posizione del “giusto mezzo”: già, ma dove sono gli estremi che definiscono il giusto mezzo? Mi sono permesso di confermare che si può essere a sinistra di tutto, ma non del buon senso! E il buon senso mi suggerisce che, per recuperare credibilità, ai partiti non servono atti di fede. Il secondo capo di accusa è di alimentare eccessivo pessimismo sulle sorti del partito: constato che, invece di restare ancorati ai fatti per cercare di rimediare al peggio, c’è chi preferisce partecipare al “banchetto degli ottimisti sempre in festa”. Bisognerebbe far tesoro di una convinzione: se vuoi fare cosa utile, esercita la critica e giudica il tuo partito come se fosse il partito di un altro. Questo mi pare il giusto atteggiamento, e forse è proprio qui che l’apporto critico di qualche intellettuale potrebbe essere proficuo. È il concetto espresso da Ezio Mauro , direttore di ‘Repubblica’, che parla della necessità di recuperare alla politica il “pensiero lungo” che serve per costruire il futuro del Paese: purtroppo questo tipo di esercizio ha il difetto di venire auspicato “dopo”, troppo tardi, e non quando sarebbe opportuno farlo.