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Rassegna stampa

Se questo é un clandestino - 14 ottobre 2014

l’opinione

Se questo è un clandestino

Lisa Bosia (Corriere del 14 ottobre 2014)

Ahmed ha 48 anni. Nato ad Aleppo, viveva da trent’anni a Damasco ed era proprietario di due supermercati e due negozi di elettrodomestici. Testimonia della guerra dalla stazione di Milano, per un video per l’UNHCR che ognuno può vedere su youtube. La sua casa bruciata, un figlio in Olanda mutilato dai bombardamenti governativi, un altro figlio in Svezia, moglie e due figlie in un campo profughi vicino ad Aleppo, un’altra parte della famiglia a Yarmouk, un quartiere assediato a sud di Damasco, dove da oltre un anno non entra più neanche il pane. Ahmed ha attraversato quattro frontiere per imbarcarsi su una nave fatiscente sulle coste libiche. Ha messo a repentaglio la propria vita per raggiungere un posto, dice, «dove ci sia pace, dove non ci siano i bombardamenti». Ma la sua vita è distrutta e non sa dove andare, quale dei due figli raggiungere e come.

La storia di Ahmed è una storia comune, una delle tante che si possono ascoltare dai profughi che giungono, stremati dal lungo viaggio, alla stazione di Milano. Persone, uomini, donne e bambini, che in fuga dalla guerra, dalla desertificazione e dai regimi autoritari del Corno d’Africa, chiedono di avere la possibilità di trovare accoglienza e protezione in Europa, un diritto sancito della Carta universale dei diritti dell’uomo. I migranti hanno vite difficili, devono fare scelte impossibili, vivere o morire dipende da un sì o da un no. Un migrante su 54 perderà la vita nel corso del viaggio: 3.000 decessi nel corso di del 2014, quasi 30.000 negli ultimi dieci anni, da quando le organizzazioni per i diritti umani hanno iniziato a tenere questo macabro registro. Le politiche d’asilo restrittive, la chiusura delle ambasciate svizzere di Damasco e Tripoli, l’impossibilità di depositare una domanda di asilo all’estero, la mancanza di canali umanitari, obbliga queste persone ad affidarsi alla criminalità organizzata dei passatori. In quale altro modo potrebbero raggiungere i loro congiunti? La macchina dei controlli alla frontiera funziona così bene che ci sono persone respinte anche sei, sette volte. Gente disperata che deve raggiungere moglie e figli nel Nord Europa e non riesce ad arrivare perché fermata e rinviata in Italia, fermata e rinviata in Italia.

Clandestini. Un uomo senza passaporto è un uomo senza diritti, un uomo che può essere respinto, brutalizzato dalla polizia senza alcuna possibilità di essere ascoltato, tutelato. Ricordo qui la triste vicenda del respingimento del Brennero, una tra le tante. Il responsabile della giustizia e polizia Norman Gobbi ci informa che dal 25 settembre scorso sono stati fermati e rinviati 16 clandestini siriani tra cui tre minorenni. Che la lotta ai passatori è una delle priorità delle guardie di confine. Dove sono ora queste 16 persone tra cui tre minorenni? Qual era la loro storia? Dove stavano andando? Da quali tragedie stavano fuggendo? Sono tornate a Milano? Sono state obbligate a registrarsi in Italia? Un Paese che, impegnato nella missione Mare nostrum, non è in grado, in questo momento, di dare accoglienza dignitosa. Credo che l’umano debba venire prima di tutto, che la politica debba servire gli uomini, che etichettare i profughi come clandestini sia un atto, a fronte della tragedia siriana, di violenza inaudita. Credo che le nostre forze dovrebbero essere tese a pensare a come dare accoglienza a queste persone e non a come possiamo impedirne il transito. I passatori sono la triste conseguenza di una politica europea ottusamente sorda alla richiesta di aiuto di un popolo disperato, in fuga dalla guerra.

Voglio ricordare che Germania e Svezia hanno aperto le frontiere e hanno accolto nell’ultimo anno e mezzo circa 20.000 profughi ognuna. L’UNHCR ha ottenuto la disponibilità per 20.000 persone dalla Bielorussia e per 24.000 dal Liechtenstein. La Svizzera ha dichiarato che accoglierà 500 casi vulnerabili nel corso del 2015. Poco, troppo poco. Sebbene la Svizzera sia per la stragrande maggioranza dei profughi solo una terra di passaggio, si potrebbe fare di più. Tanto per cominciare si potrebbe smetterla di utilizzare il termine clandestini.