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Rassegna stampa

Populismo: abuso di democrazia - 13 ottobre 2014

Populismo e abuso di democrazia

di Sergio Salvioni, già consigliere agli Stati (La Regione del 13 ottobre 2014))

Lo Stato di diritto come lo conosciamo negli Stati del mondo occidentale ha una storia lunga che va di pari passo con l’evoluzione dei diritti fondamentali. Si va dai filosofi inglesi (e scozzesi) come Adam Smith, John Stuart Mills, David Hume, Jeremia Bentham per menzionare i più importanti, ognuno dei quali, con la collaborazione e il contrasto tra di loro e con altri studiosi, ha affinato i concetti di liberalismo, democrazia, economia, diritti umani e le interrelazioni tra questi concetti.

Il lavoro di questi intellettuali fu ripreso e approfondito in Francia nel periodo che ha preceduto e seguito la rivoluzione francese ed è sfociato nella formulazione di Montesquieu con la pubblicazione del suo ‘L’esprit des lois’, che traccia la struttura dello Stato moderno, con le tre funzioni dell’esecutivo, del legislativo e del giudiziario, e con i pesi e i contrappesi, i controlli per evitare che un potere possa soverchiare l’altro ponendo in pericolo l’equilibrio desiderato. La liberté e la légalité sono state dall’origine fonti di discussioni e contrasti: ne ha trattato, tra gli altri, in modo chiaro, Norberto Bobbio: i due principi sono in contrasto tra di loro, per cui occorre farne un’applicazione moderata, tenendo conto che l’uguaglianza assoluta significherebbe la soppressione della libertà, come la libertà assoluta condurrebbe alla formazione di una società disuguale, con gruppi in grado di dominare la politica a loro beneplacito. Un politico di lungo corso al Consiglio nazionale, Claude Bonnard, mi disse una volta che la politica è come il lavoro di un orologiaio e non di un centometrista: e così è stata la politica federale (ma anche quella cantonale) sino a qualche decennio fa. Poi è subentrato l’eccesso di democrazia, con i politici che si rivolgono direttamente al popolo, ignorando le autorità intermedie (i partiti), con la conseguente delegittimazione delle autorità costituite, oggetto spesso di sberleffi quando non di insulti, modificando di conseguenza gli equilibri dello Stato di diritto. Il legislativo è superato dal rapporto diretto che si instaura tra politici e popolo e lo stesso esecutivo è sotto pressione a seguito degli innumerevoli referendum e iniziative. I partiti diventano obsoleti, sostituiti da alcuni politici che riescono ad attirare l’attenzione o la simpatia del popolo. Il fenomeno è mondiale: gli iscritti ai partiti sono calati dal 1980 del 64% in Francia, del 50% negli Usa, del 40% in Norvegia (v. Michele Ainis in ‘Corriere della Sera’ del 9 ottobre scorso).

L’abuso degli strumenti ideati per permettere ai partiti di cambiare decisioni anche nocive per la Svizzera, da strumento eccezionale è diventato un sistema per far decidere al popolo temi che pur sono stati oggetto di accurati esami in parlamento e sono il frutto di un bilanciamento dei vari interessi in gioco: così lo Stato di diritto come concepito non funziona più correttamente perché temi estremamente complessi, con numerose sfaccettature, vengono risolti sull’onda di campagne passionali, alimentate da propagande spesso inveritiere, ma seducenti per i votanti. Questo è il populismo.

È vero che la classe politica si è purtroppo adeguata e il livello dei suoi interventi raramente si distingue per cultura, precisione di argomenti e limpidità di linguaggio: è scomparsa l’arte del dialogo, dell’analisi sostituiti dallo scontro di opposte fazioni.

Tornare indietro non è possibile. Ci sarebbe a mio giudizio una possibilità: adeguare e rinforzare l’architettura istituzionale introducendo dei freni e delle accelerazioni dove è possibile, per ridare autorevolezza alle istituzioni. I lavori del parlamento dovrebbero essere più rapidi e referendum e iniziative popolari dovrebbero essere sottoposti al vaglio di una autorità che ne verifichi non solo la compatibilità costituzionale, ma anche la fondatezza e la necessità. Questo sarebbe possibile istituendo una Corte costituzionale, cosa che il parlamento, geloso della propria indipendenza ha a più riprese rifiutato.

Se da un lato questa soluzione ridurrebbe l’esercizio dei diritti democratici (di cui peraltro è palese l’abuso) e richiede uno sforzo da parte dei partiti populisti, dall’altro sarebbe necessario che i partiti ‘borghesi’ accettassero di modificare la loro politica economica di sostegno alla finanza diventata il solo ed esclusivo obiettivo, accettando di tornare ad occuparsi dei veri problemi del Paese, ossia per esempio di una più equa ripartizione degli utili nella popolazione. Insomma di eliminare le disfunzioni e le criticità delle dinamiche economiche e sociali.

Si tratta in sostanza di ridurre due abusi che hanno deformato le strutture istituzionali.

Altrimenti la deriva diventa inarrestabile e non ci sarà limite al peggio: basti pensare che un partito vagheggia di annullare i trattati internazionali, che hanno sinora tutelato i cittadini svizzeri contro alcune prepotenze delle stesse autorità elvetiche e le distorsioni a loro danno di nostri magistrati nell’applicazione di leggi svizzere e che ci hanno permesso di vivere e prosperare come una enclave in Europa.

La struttura dello Stato di diritto è stata ideata in un tempo in cui i popoli desideravano organizzare la vita comune, eliminando le storture e gli eccessi che avevano caratterizzato la società medievale e l’ancien régime e assicurando così per il futuro una convivenza pacifica: l’architettura era quasi perfetta, ma non avevano fatto i conti con i futuri abitanti.