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Rassegna stampa

Mendrisio non é Parigi - 8 ottobre 2014

di Benedetto Antonini, architetto (La Regione del 8 ottobre 2014)

Nella sua lettera pubblicata su questo giornale l’11 settembre, il dottor Giorgio Noseda disapprova il tentativo della Società ticinese per l’arte e la natura (Stan) di evitare la copertura della corte dell’ex Ospedale della Beata Vergine di Mendrisio e dissente dal giudizio contrario al progetto espresso dal prof. Bernhard Furrer, già presidente della Commissione federale dei monumenti storici oltre che docente di restauro all’Accademia di Architettura. La stessa Accademia che ora occupa l’ex ospedale e che si è fatta promotrice del contrastato progetto per destinare la superficie della corte a sala di lettura della sua biblioteca. Per avvalorare la posizione favorevole, Noseda cita alcuni interventi recenti di coperture di corti interne in edifici antichi a destinazione culturale, uno a Londra, uno a Berlino e due a Parigi. Ci sono voluti trenta re e due imperatori per fare la Francia, avrebbe detto Charles de Gaulle. E Parigi, che della Francia è capitale e scintillante vetrina, conserva con grande cura i contributi dei monarchi francesi alla sua grandezza. A questi si sommano gli straordinari apporti dei successori del generale, i presidenti della V Repubblica: Pompidou, Giscard, Mitterrand. È però sufficiente confrontare le cartoline della Belle Époque con le fotografie odierne per rendersi conto di quanto poche siano state nella Ville Lumière le sostituzioni edilizie da cent’anni a questa parte. E non parliamo solo dei monumenti più insigni. Dalla vigilia della Grande Guerra, quando era completata la ricostruzione della città borghese sulla griglia urbana di Haussmann, la Parigi intra muros sostanzialmente è rimasta la stessa.

Paragone molto azzardato

È molto azzardato, dunque, il paragone tra la metropoli francese e il borgo di Mendrisio. Mentre in ogni pietra della prima si respira e si rivive la grande storia dei re e degli imperatori di cui è stata testimone lungo i secoli e non da ultimo dell’opulenta borghesia di fine ’800, a Mendrisio le tracce di una pur minuta storia vengono cancellate sasso dopo sasso da una speculazione regnante e imperante. Uno degli esempi citati da Noseda concerne il Louvre. Antica residenza reale nel centro di Parigi, sede dell’amministrazione del Regno e oggi primo museo francese, nel corso di secoli il complesso è stato ampliato con continue aggiunte fino al 1871, quando l’incendio appiccato dai comunardi distrusse l’ala delle Tuileries, che aveva ospitato i regnanti da Caterina de’ Medici fino a Napoleone III, con l’eccezione dell’era di Versailles. L’intervento voluto da Mitterrand, con la costruzione delle piramidi di vetro dell’architetto Pei, nel 1988 ha consentito di ricavare nuove superfici museali nei sotterranei e di riportare alla luce i resti del più antico castello sul quale il Louvre era sorto. Noseda cita il recente intervento nella Cour Viviani, dove è stata ricavata una sala destinata all’arte islamica nella superficie interna per mezzo della posa di un guscio traslucido. Si dimentica di dire che questa sorta di velo si trova poco sopra la quota del terreno e non tocca i muri dell’edificio, in modo che le finestre che si affacciano sul cortile possano continuare ad aprirsi sull’esterno. Inoltre la Cour Viviani è solo uno spazio secondario, la grande Cour Carrée, cuore dell’edificio, è rimasta intatta. L’altro esempio parigino citato, la nuova sede della Fondazione Jérôme Seydoux-Pathé, ha poco a che fare con il tema in discorso; era, infatti, un teatro ottocentesco più volte manomesso, fino a diventare un cinema multisale, infine demolito con l’eccezione della facciata protetta. Il nuovo edificio, che non ha nulla del vecchio teatro, è stato inaugurato il 10 settembre scorso ed è dotato di una copertura vetrata. Colpisce che il dottore citi un lavoro talmente recente da essere stato pubblicato in pratica solo dalle riviste d’architettura. Il caso del Neues Museum di Berlino è simile al precedente. Qui ci si scorda che l’edificio è stato quasi distrutto durante la Seconda guerra mondiale ed è rimasto nello stato di rudere annerito e abbandonato fino alla ricostruzione del 2005, tanto che sarebbe più corretto parlare di un edificio nuovo; che una corte sia coperta o no ha pertanto poca importanza essendo l’integrità del monumento già perduta da decenni. Infine il British Museum di Londra, dove la copertura del cortile dell’edificio ottocentesco è stata inaugurata nel 2000 in seguito alla soppressione dei magazzini della biblioteca. Si è così creato uno spazio molto grande chiamato Great court, una piazza coperta utilizzata più che altro per funzioni di supporto quali il ristoro, l’incontro e lo svago dei visitatori, la vendita di gadget ecc., un ambiente movimentato e chiassoso, come è normale che sia una piazza, meno un museo. Pur rendendo omaggio alla conoscenza dell’architettura contemporanea del medico dottor Noseda, degna di un architetto aggiornato, per capire che effetto faccia una nuova copertura vetrata su una corte ottocentesca non è necessario andare lontano, è sufficiente raggiungere il Palazzo della Sopracenerina di Locarno. Si potrà vedere come quell’intervento abbia snaturato il cortile, annullandone il ruolo di filtro tra interno ed esterno e ulteriormente svilendo un edificio che ha avuto un passato migliore.

Rispettiamo l’eredità del passato

È meglio preservare l’ex Ospedale della Beata Vergine da questo rischio. La corte aperta dell’edificio è una delle sue caratteristiche architettoniche principali ed è giusto che con la sua atmosfera ovattata rimanga a testimoniare tipologie del passato. Le aperture dei corridoi che vi si affacciano sono dotate di serramenti che nel progetto si prevede di sostituire, forse per garantire un isolamento acustico alla sala di lettura che si vuole collocare nella corte. Pur non essendo originali dell’800, le finestre hanno una fattura all’antica, tant’è che a quanto ci risulta esse stesse sono oggetto di tutela. Per non dire delle altre gravi manomissioni delle facciate interne e del cornicione di gronda che il progetto prevede per portare l’imponente struttura del tetto, prevista, chissà perché, almeno dieci metri al di sopra del pavimento della sala di lettura. Magari un concorso d’architettura, come sarebbe stato obbligatorio fare per legge, avrebbe potuto indicare migliori soluzioni. L’edificio, ricordiamo, con Villa Argentina, Casa Croci e la Chiesa dei SS. Cosma e Damiano è uno dei pochi fabbricati dell’800 tutelati a livello cantonale come beni culturali. Tutelare vuol dire soprattutto rispettare l’eredità del passato e impegnarsi a trasmetterla intatta ai posteri. Inoltre, secondo la legge cantonale, la messa sotto protezione determina il prevalere dell’interesse alla conservazione dell’oggetto in quanto testimonianza culturale su tutti gli altri interessi. Bernhard Furrer che conosce la realtà di tutta la Svizzera ha ripetuto più volte che in Ticino l’elenco degli edifici laici protetti è molto contenuto. Mettere in discussione i vincoli, per qualsiasi ragione, equivale a minare tutto l’“edificio” delle tutele nel cantone e a mettere a repentaglio anche la conservazione di opere moderne ora protette. Forse gli architetti dell’Accademia dovrebbero riflettere su queste inevitabili conseguenze, accetterebbero così che sull’ex Ospedale della Beata Vergine siano attuati solo interventi conservativi, come si conviene ai beni culturali. Certo in quella fucina di idee che è l’Accademia non sarebbe difficile trovare un’altra ubicazione per una sala di lettura.