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Rassegna stampa

Expo, un problema identitario - 3 ottobre 2014

di Carlo Piccardi, scrittore (La Regione, 3 ottobre 2014)

L’esito della votazione del 28 settembre che ha affossato il contributo del Ticino istituzionale ad Expo 2015, per quanto (purtroppo) prevedibile, ha mandato in fibrillazione l’ufficialità con seguito di dimissioni e quant’altro. Per di più con la parte avversa esultante incoraggiata ad alzare arrogantemente la voce contro il ripiego sul piano B (del ricorso ‘furbesco’ al Fondo Swisslos), predisposto a tempo debito per “salvare la faccia” al Consiglio di Stato. D’altro canto, da parte di vari osservatori giornalistici, di fronte all’ampiezza del risultato non è mancato il richiamo al ‘giusto’ rispetto della volontà popolare invitando le autorità a trarne le conseguenze su tutta la linea, cioè a ritirarsi in toto dall’iniziativa.

La contraddittorietà della situazione che si è creata è unica, e soprattutto preoccupante, non tanto per l’immagine di un Ticino squalificata verso l’esterno, di un arroccamento gretto e rancoroso che il Consiglio di Stato (conscio della responsabilità che gli viene dal ruolo di rappresentanza) sta tentando di addolcire, quanto per avere messo a nudo il grado di conflittualità a cui alla nostra latitudine è ormai giunto il rapporto con l’Italia.

Poiché la questione posta ai cittadini, formalmente presentata come una decisione di opportunità economica, in realtà è stata trasformata in un referendum pro o contro l’Italia, andando a toccare la componente fondativa della nostra identità culturale. Infatti in due secoli di storia cantonale è la prima volta che il principio su cui si basa il carattere distintivo del Cantone nel contesto elvetico, quello dell’italianità costantemente rivendicata in ogni occasione ufficiale, viene messo in discussione, non da agenti esterni bensì dallo stesso popolo ticinese. In verità, se con l’Italia i rapporti non sono sempre stati idilliaci, prima d’ora non si era mai arrivati a una simile forma di dissociazione.

Negazione della nostra stessa radice

Tale esito, l’abbiamo detto, non è una sorpresa. Da tempo nel costume si sono sedimentati comportamenti che non fanno più meraviglia, come il tifo in favore dello sfidante di turno della squadra italiana in occasione dei campionati di calcio, considerato come uno sfogo nei confronti dell’ingombrante e a volte altezzoso vicino. Ci siamo anche (purtroppo) abituati al domenicale insulto alla ‘Fallitalia’, al quale potevamo rispondere alzando le spalle o voltando pagina. Ma mai come in questo caso siamo giunti a una contrapposizione che, prima ancora che come atto politico, si configura come negazione della nostra stessa radice etnica e culturale. Va anche sottolineato come la scelta popolare del 28 settembre abbia significato la dissociazione dalla decisione dei Cantoni alpini (Uri, Vallese, Grigioni) che inizialmente con noi avevano risolto di collaborare al progetto milanese, a significare la portata nazionale del problema che si è posto facendo venire meno il nostro ruolo comprensibilmente trainante. In proposito mi ha fatto specie la dichiarazione di un autorevole personaggio confederato il quale non si dava ragione dell’‘accanimento’ con cui molti ticinesi erano scesi nell’arena a contestare l’opportunità di garantire la partecipazione a Expo 2015. Orbene, se l’accumularsi dei vari contenziosi con la vicina repubblica (frontalieri, liste nere fiscali ecc.) può spiegare le ragioni dell’alta temperatura a cui è giunta la febbre antitaliana, ciò non basta a giustificare l’estremizzazione del problema al punto da produrre addirittura un effetto, diciamo pure, autolesionistico (per le conseguenze che esso produce nel contesto federale).

L’italianità

Sì, perché in tempi ancor più burrascosi, negli anni del fascismo per intenderci, non solo l’opposizione all’Italia non arrivò mai al livello dei gradi odierni, ma proprio nella circostanza dell’aumento della tensione tra i due Paesi si chiarì anche il fondamento del patrimonio comune, dell’italianità, uscita rafforzata anziché diminuita da quelle problematiche circostanze. Italianità, parola e concetto sulla bocca di tutti allora, di Giuseppe Motta, Enrico Celio, e altri, degli stessi consiglieri federali d’altra lingua che in quella parola riponevano il riconoscimento e il rispetto della nostra minoranza. ‘Svizzera italiana’ fu la denominazione scelta da Guido Calgari per la rivista creata nel 1940 da un intellettuale al quale era stato proibito di mettere piede nell’Italia fascista per le sue fiere prese di posizione pubbliche contro quello Stato totalitario, ma che sapeva riconoscere la comunanza di lingua e cultura con il Paese vicino coltivando gli aspetti che valorizzavano quelle radici, allo scopo di esibirle come un patrimonio da recare orgogliosamente alla Confederazione nello spirito di un’autonomia repubblicana ereditato da Franscini, Cattaneo, Chiesa e trasmesso alla successiva generazione. Furono gli anni in cui su questa tematica i politici ascoltavano i letterati e gli uomini di cultura che, come consiglieri del principe, seppero mantenere nel nome dell’italianità la barra diritta, consci del valore di un fondamento culturale da tenere al di sopra di tutte le possibili questioni di natura politica, economica o altro ad orientare le scelte e il posizionamento del Cantone nel contesto nazionale. A sua volta tale principio fu ereditato dalla generazione di Piero Bianconi, Gilardoni, Martinola ecc. ancora in grado di farsi ascoltare dai politici. Poi quelle stagioni in cui ancora poteva farsi valere la figura di una sorta di intellettuale organico, capace di contribuire con i propri strumenti critici a rendere consapevole la cittadinanza della sua coerenza con la civiltà d’origine, cedettero il passo al disorientamento. Sia il ’68 con la malintesa spinta verso l’internazionalismo, sia il riflusso nel privato che ne seguì (per non dire delle sirene odierne della globalizzazione), dispersero le energie necessarie a corroborare la coscienza civile che alla nostra latitudine, volenti o nolenti, non può evitare di fare i conti con l’italianità, pena il naufragare in una palude indistinta. Occorre rendersi conto che l’accanimento con cui in Ticino si sta demolendo il rapporto costruttivo con l’Italia, intaccando la sostanza del nostro statuto identitario, ci sta portando fuori del nostro coerente sviluppo storico, indebolendo la nostra stessa posizione nel consesso federale, divenuta sempre più vaga e sbiadita. Urge un moto di ritrovato orgoglio da parte della classe intellettuale, a cui incombe il dovere civile di aprire gli occhi su una deriva che i politici da soli non possono arginare, che necessita dell’impegno educativo a chiarire i fondamenti della nostra storia e ad apprezzare il valore del patrimonio culturale che abbiamo in comune con chi sta dall’altra parte della frontiera. Il recente appello agli intellettuali lanciato da Andrea Ghiringhelli proprio su questo giornale a combattere l’inquinamento delle coscienze è quindi da raccogliere, allargandolo oltre la deriva morale e politica attuale, in quella parte che sta minando la sostanza della nostra identità.