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Rassegna stampa

Ticino's involution - 21 settembre 2014

Nel nostro cantone sta crescendo un sentimento d’indifferenza che, in più, si tinge d’aggressività.

La “Ticino’s involution” costerà cara ai nostri figli.

 
FABIO MERLINI * (Il Caffè del 21 settembre 2014)

Il sentimento dell’indifferenza è un segnale al quale dobbiamo prestare grande attenzione. Quando mi capita di essere indifferente verso gli altri? Quali sono i motivi che spingono una società a oltrepassare quella che possiamo ben chiamare la soglia tollerabile dell’indifferenza? Dico “tollerabile” se è vero che, entro certi limiti, l’indifferenza costituisce una comprensibile difesa contro la mestizia senza fondo nella quale precipiteremmo qualora la nostra partecipazione compassionevole al dolore e alla sofferenza altrui fosse illimitata. Mi capita di essere indifferente, quando la preoccupazione per me stesso è messa nelle condizioni di mantenere molto alta la sua asticella.

Oppure quando sono immerso in attività il cui valore dipende, in ultima analisi, dalla loro capacità di liquidare, si spera figuratamente, qualsiasi competitor venisse a trovarsi sul mio cammino. Oppure, ancora, quando il dolore per una tragedia che mi abbia colpito direttamente è tale da rendermi impermeabile a qualsiasi evento accada là fuori, in un mondo percepito ormai solo ancora come una dannazione, dal quale è meglio distogliere l’attenzione, la sensibilità e gli affetti. Infine, quando il mio desiderio di rispecchiamento morboso assume la connotazione di un narcisismo inguaribile, per cui ciò che è fuori di me esiste ancora solo nella misura in cui è in grado rinviarmi un’immagine potenziata di me stesso.

Sono tutti casi di figura generalizzabili a quei singolari collettivi che sono le società umane. Ci sono, dunque, anche qui, motivi comprensibili che spingono un qualsiasi aggregato sociale ad adottare la tattica dell’indifferenza, difensiva o offensiva che sia: economia in caduta libera, concorrenzialità convulsa, demolizione degli ammortizzatori sociali, individualismo anomico. Così, l’altro non è più colto all’interno di una trama di legami comunitari solidaristici o di convenienza, rispetto ai quali attenzione, preoccupazione e sollecitudine hanno un senso poiché qualcosa, appunto, stringe insieme le parti. Esattamente come in tutti quei casi in cui la situazione è metaforizzata attraverso la celebre “barca” sulla quale “siamo tutti”. Ma quando “attenzione”, “preoccupazione” e “sollecitudine” verso ciò che non è mero auto-potenziamento declinano, allora siamo esattamente in quella condizione che Hegel chiamava “scissione” (Trennung): il regno animale dello spirito, la tragedia dell’etico. A un passo, cioè, dalla società indecente paventata da Avishai Margalit. E questo perché il non considerare più “attenzione”, “preoccupazione” e “sollecitudine” quali atteggiamenti capaci di interessare la nostra rappresentazione della virtù o, più elementarmente, la nostra idea di che cosa ci valorizzi nella nostra quotidianità (per che cosa ci diciamo “soddisfatti o non soddisfatti di noi” a fine giornata?), ha come corollario micidiale l’umiliazione dell’altro. Immigrati, lavoratori ospiti, disoccupati, non-integrati sono tutte figure che sanno molto bene quanta umiliazione sia capace di generare l’indifferenza.

Il Ticino sta facendo oggi passi da gigante verso un’involuzione che costerà ai nostri figli un prezzo altissimo. Ripeto, i motivi non mancano per spiegare il montare di un’indifferenza che, in sovrappiù, si tinge anche – ed è quasi un paradosso – di aggressività. Per dirlo brutalmente con il linguaggio di quei tesori linguistici che infiorettano quotidianamente anche i blog nostrani: non è tanto la logica dell’“e chi se ne fotte”; è piuttosto quella dell’“e chi se ne fotte stronzi!”. I motivi non concernono però solo la specificità territoriale del Ticino, la sua particolare esposizione da facile “assalto alla carovana” che rende ancora più acuto il sentimento odierno della precarizzazione e del disorientamento, quando tutto si trasforma così rapidamente tra le nostre mani e vengono meno importantissime rendite di posizione. Concernono anche le tendenze in atto in Europa, dove all’apertura dei mercati e alla libera circolazione degli attori globali corrisponde, sul versante interno, una logica contabile dell’austerità che nasconde la sua angusta miopia dietro la sedicente scientificità dei tecnicismi e di loro campioni. Per non vedere quello che è ormai chiaro a tutti, e cioè che quando è il mondo a finire dentro il capitale, come recita il titolo di un fortunatissimo libro di qualche anno fa, neppure un dio ci potrà più salvare. Il re è nudo. E se non è forse decente gridarlo ai quattro venti, è ancora più osceno continuare a raccontarci la storiella che le cose non stanno per niente così e che qualche aggiustamento strutturale sarà sufficiente a rimetterci in carreggiata. Ci troviamo su un crinale: è una grande chance che non va sprecata. Se avessimo un po’ di sale in zucca, anziché passare il tempo a insultarci nel modo più volgare, e a compiacercene morbosamente domenica dopo domenica, penseremmo a mettere in piedi un laboratorio di idee che ci aiuti a uscire da quella sudditanza verso “le cose così come stanno” che non sta uccidendo solo la Politica, ma anche la nostra fiducia in noi stessi. Il che corrisponde davvero alla morte del futuro.

Nel nostro cantone sta crescendo un sentimento d’indifferenza che, in più, si tinge d’aggressività.

La “Ticino’s involution” costerà cara ai nostri figli.