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Rassegna stampa

Ci siete. Battete un colpo - 17 settembre 2014

di Matteo Caratti (La Regione del 17 settembre 2014)

Il primo di settembre, mentre gli allievi tornavano sui banchi, abbiamo pubblicato un’analisi dello storico Andrea Ghiringhelli dal titolo ‘La politica e i nuovi barbari’, particolarmente apprezzata dai lettori. Fra i tanti spunti offerti dall’autore, ispirato da un fattaccio di cronaca – gli insulti e le minacce di morte a Manuele Bertoli sullo sfondo di un dilagante populismo – c’è un passaggio che ci ha particolarmente interpellati. È quando Ghiringhelli, dopo aver indicato le colpe della classe politica e di noi mass media, manifesta anche la sua perplessità nei confronti del “silenzio assordante degli intellettuali, fatte alcune rarissime eccezioni”. Nel merito, egli spiega quanto segue: “Il compito degli intellettuali è di essere rompiscatole, sollevare dubbi, denunciare le storture, interrogare la società, creare dibattito. Le figure di prestigio, in grado di farsi ascoltare, esistono anche da noi. Ma ciò che manca – come scrisse il filosofo Flores D’Arcais – è la disponibilità di queste personalità a mettersi in gioco, a farsi dei nemici, a spendersi per gli altri cittadini”. E infine, citando Antonio Gramsci, Ghiringhelli ricorda che chi vuol vivere veramente deve essere cittadino e prendere posizione. L’indifferenza verso certe manifestazioni di inciviltà – a prescindere da qualsiasi giudizio sui contenuti – è una deriva pericolosa e una inquietante forma di debolezza della nostra democrazia.

Anche noi abbiamo notato ed evidenziato in questi anni il venir meno, in parecchi intellettuali di casa nostra, della volontà di farsi sentire, di offrire anche al piccolo Ticino la loro intelligenza e sensibilità critica. Un atteggiamento di chiusura nel guscio individuale o nella cerchia di gruppuscoli, che nuoce a loro stessi e alla collettività tutta. Su quest’ultimo aspetto già si è pronunciato Ghiringhelli: gli intellettuali hanno un importante ruolo civico, che è appunto anche quello di disturbare, di mettere sotto il naso della gente una serie di fatti anche sconvenienti, di farci (tutti) riflettere. Evidentemente questo loro ruolo non piace a chi, stando al potere e fraintendendo il senso del pubblico servizio, preferisce potersi circondare di adulatori e di personaggi capaci solo di lisciargli il pelo. Proprio per questo ce n’è tanto bisogno. È poi altrettanto importante non perdere di vista anche l’altro ruolo (vitale) svolto dagli intellettuali: esistendo, esprimendosi liberamente, permettono anche alla cultura, con la C maiuscola, di vivere e non solo di vivacchiare. Se ciò non fosse, ci sarebbe solo cultura di regime, che si afferma man mano che si inizia a insinuare il dubbio che la cultura (e di conseguenza gli intellettuali) servano a poco o nulla, che la cultura è sbilanciata e solo di sinistra, che ci vorrebbe maggior equilibrio nel promuovere questa o quella manifestazione. Così, se necessario, si rallenta l’elargizione di fondi a chi dà fastidio, visto che, senza decise iniezioni di denaro pubblico, la cultura spesso fatica a reggersi in piedi. E poi, se un tale, che magari è stato anche insignito di importanti riconoscimenti, è ‘indomabile’ perché troppo importante e si comporta da vero intellettuale, gli si può anche augurare la morte. Come è già successo sul ‘Mattino’ nel 2012, quando un’inqualificabile squalificata penna scrisse: «Aspettiamo con ansia la prossima pubblicazione di Giovanni Orelli. Negli annunci funebri». Ricordate? Uno scritto destinato purtroppo a far centro: ovvero a generare autocensure nella categoria. Quanti intellettuali, già non abituati a lottare nell’arena, si saranno chiesti: e se la prossima volta tocca a me? Perciò è importante che siano proprio loro, gli intellettuali, a far sentire la loro bella voce, a impegnarsi e a difendere il loro (e nostro) spazio di libertà.