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Rassegna stampa

Un marketing elettorale continuo - 6 settembre 2014

di Silvano Toppi (La Regione Ticino del 6 settembre 2014)

Fatti recenti, illustrati e già commentati su questo giornale, rivelano due atteggiamenti politici-partitici nel Ticino che, nella sostanza, non sono nuovi, anche se hanno assunto connotati diversi e persino un poco beceri (v. l’articolo ‘Trasporto di nuvole’ del direttore Caratti).

Un primo atteggiamento sta nel considerare sempre irricevibili, contestabili, denigrabili la proposta, l’argomentazione, la critica che provengono da altro partito o da altra parte. L’espressione spesso invocata «mettiamoci attorno a un tavolo» può essere assunta come volontà dialogante, ma è talmente ripetuta che rasenta il farsesco e il più delle volte sa di fuga per la tangente. L’‘habitus’ dominante è quello della contrapposizione sistematica, campando ogni genere di pretesto, da quello ideologico o dietrologico, a quello pseudocostituzionale a quello semplicemente scipito. Su questo atteggiamento si sono sedimentate variazioni in prevalenza elettoralistiche, dovute anche al percorso storico compiuto dai partiti. Si è soprattutto innestata la strategia (se così si può chiamare) del ‘partito pigliatutto’. Non è una novità: è già stata studiata nel mondo anglosassone (...)(teoria del catch all party) e da un politologo tedesco (Otto Kirchheimer). Si è installata con particolare forza nel piccolo Ticino nell’ultimo ventennio, soprattuto con l’avvento della Lega. Essa genera una linea di tendenza che si può raffigurare in un allontanamento dei partiti dalle proprie origini, nella confusione all’interno di uno stesso partito, nell’annacquamento dei legami con i gruppi originari di riferimento, nella tattica di pescare negli stessi ambiti sociali ed elaborare programmi che accontentino tutti. In un contesto da continuo ‘marketing elettorale’ in cui si corre il rischio di vendere prodotti pressoché analoghi ad una platea di consumatori spesso stanca e disillusa, ci sono due modi per riuscire ancora a farsi notare: o il modo fracassone, semplificatore, sloganista, che fa leva sulle emozioni o sulle parti più infiammabili e spesso più deleterie della platea; oppure il modo più propositivo e ragionato che tenta di suggerire metodi e contenuti diversi. Il primo è più difficile da ignorare e il più utile da imbarcare. Alimenta una coltura popolarpatogena sempre più prospera che moltiplica le adesioni. E infatti tutti i partiti, in un modo o nell’altro, sono irretiti e vi pescano. Il secondo crea avversione, sia perché obbliga a pensare e non se ne vuol sapere perché è faticoso e poco utile, sia perché, provenendo da altra parte, è a priori etichettato pericoloso, poco chiaro, superficiale, utopistico, demagogico o ridicolizzabile, senza un minimo di analisi.

L’altro atteggiamento è una reazione perlopiù plateale a ciò che potremmo definire l’impotenza ad arginare altri poteri esterni sempre più intrusivi. La si ha nei confronti di Berna accusata di non riuscire a risolvere i ‘nostri’ problemi, la si esaspera nei confronti di entità transfrontaliere (l’Unione europea opprimente, l’Italia indifferente). La tragedia, persino un po’ comica, è che questo secondo atteggiamento fa apparire ancora più tristemente insensato e inconcludente il primo, causa di ogni immobilismo.