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Rassegna stampa

La politica e i nuovi barbari - 1 settembre 2014

di Andrea Ghiringhelli, storico

La Regione del 1 settembre 2014

Il consigliere Bertoli insultato, minacciato di morte da anonimi autori perché da ministro ha osato esprimere un’opinione personale che non collimava con il responso popolare. C’è parecchia confusione in materia di procedure democratiche e spira forte il vento del populismo: prima o poi bisognerà discuterne.

Per ora constato che è ritornato di moda l’insulto all’avversario politico e la tecnologia aiuta a esaltare il malvezzo. Qualcuno propone di non parlarne perché è preferibile massacrarsi a parole piuttosto che a botte, e i problemi della gente sono altri. Il ragionamento è opinabile: Heidegger ci dice che il linguaggio è la ‘casa dell’essere’ e dietro le parole si cela una filosofia e una convinzione. Se così è, il livello di cultura politica che rimbalza dai blog non è incoraggiante. Un filosofo ha scritto un volumetto sull’argomento e il titolo ‘Noi i barbari’ mi pare azzeccato. La pratica della diffamazione e delle minacce, rigorosamente anonime, nei confronti di politici poco graditi, insegna che lo sviluppo della civiltà non è lineare e le ricadute nella barbarie sono piuttosto frequenti. Il Ticino, in questo senso, ha una storia emblematica, ed è doveroso tenerla presente.

Carl Schmitt, giurista tedesco dai trascorsi poco edificanti, ma autore di studi importanti, pubblicò nel 1927 un libretto, ‘Der Begriff des Politischen’, in cui si sosteneva che la sfera del politico è fondata sulla distinzione Freund/Feind, sul conflitto fra amico e nemico, e il fine ultimo è l’eliminazione dell’avversario. La teoria riflette appieno il Ticino ottocentesco: lo scopo dichiarato del confronto politico era la sopraffazione dell’avversario, perché “non si può essere partito che a condizione di fare e di distruggere e il conciliare due principi opposti è voler conciliare la luce con le tenebre, il bello col brutto, l’inerzia col moto, la vita con la morte”. Il liberale Brenno Bertoni scriveva che “ognuno di noi fu discepolo di una dottrina esclusivista e dogmatica la quale considerava l’avversario politico come un nemico della società”. Il conservatore moderato Bernardino Lurati osservava nel 1859 che “si vuole trarre profitto financo dai giovinetti per eccitarli all’ira e all’odio contro i propri cittadini per avviarli alle dottrine e alle esigenze del proprio partito”. E uno scolaro, di famiglia conservatrice, sul finire dell’800 rappresentò in un disegno scolastico la lotta fra i partiti come una guerra santa contro il demonio e titolò “Su conservatori spingete, urtate, uccidete”.

Sopprimere l’avversario politico era un atto di responsabilità

La politica ticinese era dominata da un altissimo tasso di violenza fisica e psicologica: il fucile e il falcetto facevano parte dell’armamentario perché sopprimere l’avversario politico era un atto di responsabilità; i tribunali nostrani mitigavano la pena se di mezzo vi era il movente partigiano e pure la religione assolveva e/o condannava: anche la Fede prendeva posizione. In certi anni si registrava un omicidio ogni diecimila abitanti; fra le vittime non mancarono personalità di primo piano. Il linguaggio della politica, assai virulento, rifletteva il clima e la forma ripeteva la sostanza: la calunnia, la diffamazione, la denigrazione dell’avversario erano merce di largo consumo e libelli e scritti anonimi avevano i loro cultori. C’era solo l’imbarazzo della scelta. I blog apparsi in queste settimane in odio di un consigliere di Stato ne sono l’espressione aggiornata e non rappresentano un particolare contributo allo sviluppo del progresso umano: confermano piuttosto che l’imbecillità non ha limiti temporali ed è sempre d’attualità.

Anziché rivoluzioni il proporzionale

Nell’Ottocento l’idea conflittuale di politica rendeva impossibile qualsiasi forma di avvicendamento pacifico al potere e tutti i cambiamenti di governo furono la conseguenza di rivoluzioni, controrivoluzioni, pronunciamenti, colpi di stato. Nel 1890 il Consiglio federale reagì e impose, de facto e poi de jure, il principio proporzionale applicato al governo. Una vera rivoluzione istituzionale perché la regola ‘à chacun sa part’ costrinse i partiti, non senza contraccolpi, a pensare la politica come arte della composizione, come negoziazione, come ricerca della mediazione, come scambievole riconoscimento fra i partiti. Il proporzionalismo applicato al governo obbligò le élite a stemperare il linguaggio duro e intransigente per ricercare costantemente il compromesso. E infatti Francesco Chiesa osservò nel 1900 “quale potente moderatore di idee, di passioni, di carattere e di spropositi sia la responsabilità di governo”.

Basta violenza fisica, ora acquisto di voti

La riforma istituzionale, perfezionata nel 1922, impedendo la formazione di una qualsiasi maggioranza assoluta in governo, contribuì indubbiamente a eliminare la violenza fisica dalla politica, ma altre forme di sopraffazione, pressioni psicologiche e condizionamenti materiali di ogni genere continuarono a essere esercitate sull’elettore: il procuratore pubblico Gallacchi indicava nel 1948 che la corruzione era fisiologica e ineliminabile e considerava la pratica diffusissima dell’acquisto dei voti un peccato veniale che non valeva la pena di perseguire penalmente! Nel 1978 il giudice Gastone Luvini si scagliò con veemenza contro l’inerzia della magistratura, a dimostrazione che le cose non erano cambiate. Una cosa è certa, pur continuando a sopravvivere e prosperare un sottobosco della politica fatto di costrizioni, blandizie, intimidazioni, la logica del sistema congelò per decenni le forze dei partiti rendendo controproducente, da una parte e dall’altra, un linguaggio politico troppo estremo.

 

Dalla modernizzazione al populismo

L’immobilismo politico fu spezzato dalla modernizzazione del Paese: l’esplosione della mobilità sociale e in seguito il crollo delle ideologie con la crisi del socialismo reale e la crescente disponibilità di informazioni incrociate sgretolarono le subculture di partito e agevolarono la nascita di movimenti che contestavano la funzione dei partiti e si dicevano liberi da ogni vincolo ideologico: ognuno poteva scegliere in base alle emozioni e le distinzioni destra/sinistra non valevano più.

Volgarità in politica: pregio, virtù

Il repentino successo leghista che, al suo nascere, in pochi mesi occupò un quinto dell’elettorato è figlio di questo contesto. Ovvia la sostanza populista del movimento: faceva leva sulle paure e sulle emozioni elementari, ma il fatto essenziale è che diede veste politica a insoddisfazioni e disagi reali di ampie fasce di cittadini. La chiave del successo leghista sta anche nella forma del linguaggio: rozzo, truculento, semplificatore, decisionista, con frequenti richiami al dialetto; la povertà argomentativa che evita di sollecitare la capacità critica dei cittadini, la retorica anti-intellettuale e anti-istituzionale, la costante contrapposizione fra noi e gli altri furono la forza della Lega. La volgarità fu accettata a livello politico e diventò un pregio e una virtù. Gustavo Zagrebelsky, insigne studioso di diritto costituzionale, si occupò del fenomeno e nel 2010 aprì un sito dal titolo ‘Lessico del populismo e della volgarità’: non fu mai a corto di materiale. Lo sdoganamento della volgarità, a partire dagli anni 90, ebbe effetti devastanti e c’è da riflettere seriamente sul rapido degrado della vita politica. Mio padre mi insegnava che la politica è maestra di vita, di libertà e di giustizia: osservando certi spettacoli mi viene il dubbio che sia anche qualche cosa d’altro. Condivido il parere del grande storico Eric Hobsbawm che inutilmente consigliava di riaprire le aule scolastiche per politici e amministratori poco in chiaro sulla loro funzione. Oggi se ne vedono gli effetti perché nel bosco fitto della politica ticinese gli alberi ad alto fusto sono rari. Il degrado della cultura politica ha portato a un conformismo alla rovescia: oggi è politicamente corretto il dileggio, lo scherno, l’aggressione verbale, il disprezzo dell’avversario, la scurrilità, il linguaggio plebeo. Gli studiosi puntano il dito sulla responsabilità della lingua televisiva e su internet: la televisione ha omologato la rissa, la volgarità come maniera ‘corretta’ del discorso pubblico e si parla di fascismo nella lingua alludendo all’abitudine del discorso assertivo e alla semplificazione dei concetti; internet ha prodotto un effetto moltiplicatore impressionante: quello che una volta era il discorso da osteria, riservato a pochi avvinazzati, oggi si fa sui siti e si moltiplica all’infinito sui blog. Sono ritornati di moda gli scritti anonimi, di una violenza verbale e una sguaiataggine senza pari: si invita al suicidio il consigliere di Stato Bertoli, colpevole di avere espresso un suo punto di vista non in sintonia con la volontà popolare, e si auspica perfino l’assassinio politico. Mai successo, nemmeno nei periodi più bui della nostra Repubblica. Qualche anno fa, alcune serie minacce ad amministratori pubblici suscitarono negli Stati Uniti dibattiti accesi sull’uso del linguaggio violento in politica. Da noi, niente: fra i politici qualche condanna di circostanza, talvolta con gli opportuni distinguo, e nulla più, e qualcuno concede addirittura una quasi assoluzione e liquida la faccenda constatando che l’insulto è universale, a destra e a sinistra. A frenare lo spregevole esercizio dell’insulto anonimo non c’è più nemmeno il valore della vergogna, di quel sentimento che ci dovrebbe far sentire a disagio e provare un senso di indegnità nel comportarci in un certo modo e anche il pudore è diventato merce rara.

Responsabilità di politica, media e il silenzio assordante degli intellettuali

La grave colpa della classe politica è di non aver reagito a tempo e di aver tollerato troppo a lungo certi atteggiamenti, dentro e fuori il parlamento e nei dibattiti pubblici, consentendo così una sorta di omologazione verso il basso del linguaggio politico. Pure i media qualche responsabilità la debbono assumere perché non è lecito sacrificare la decenza in nome dell’audience. Lascia però perplessi il silenzio assordante degli intellettuali, fatte alcune rarissime eccezioni. Il compito degli intellettuali è di essere dei rompiscatole, sollevare dubbi, denunciare le storture, interrogare la società, creare dibattito. Le figure di prestigio, in grado di farsi ascoltare esistono anche da noi. Ma ciò che manca – come scrisse il filosofo Flores D’Arcais – è la disponibilità di queste personalità a mettersi in gioco, a farsi dei nemici, a spendersi per gli altri cittadini. Antonio Gramsci, che la sapeva lunga e pagò a caro prezzo il suo coraggio di esporsi, scrisse nei suoi quaderni che chi vuol vivere veramente deve essere cittadino e prendere posizione. L’indifferenza verso certe manifestazioni di inciviltà – a prescindere da qualsiasi giudizio sui contenuti – è una deriva pericolosa e una inquietante forma di debolezza della nostra democrazia.