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Rassegna stampa

Io sto con Bertoli - agosto 2014

di Marco Cagnotti (agosto 2014)

Povero Manuele, vittima di un indegno linciaggio mediatico sui social media: gli han dato del “deficiente” e dell’“incompetente” e gli hanno perfino suggerito di “suicidarsi”. E questo è poca cosa: basta ravanare fra i commenti dei social media e dei blog per trovare anche di peggio. Tutto impunito, ovvio. Povero Manuele. Eppure, secondo me, lui è talmente signore da non essere neppure sfiorato da queste cretinate. Difatti quegli insulti hanno sortito un unico risultato: squalificare gli idioti autori di quella infame pagina Facebook. Povero Manuele, semmai, perché altri hanno manipolato in maniera pretestuosa le sue parole. Ma cos’ha detto Manuele Bertoli?

Se non ci fosse Internet, ci toccherebbe affidarci alla memoria o alla fiducia nelle testimonianze di chi c’era. Ma per fortuna c’è la Rete, sicché è facile ricostruirlo: basta andare sul sito di Manuele Bertoli, presidente del Governo e fino a prova contraria cittadino libero di dire un po’ quel che gli pare, per trovare papale papale il testo del suo discorso. Più spiccio e veloce, invece, è pigliare per buoni i titoli delle testate on line, senza nemmeno spingersi al sottotitolo. Oppure, peggio ancora, perfino più semplice è fregarsene di quel che Bertoli ha detto davvero e montare un caso politico sulla fuffa. L’ha fatto Sergio Savoia. Ovviamente l’ha fatto Lorenzo Quadri. L’ha fatto pure Mattia Corti, riscrivendo quel discorso “a cazzo di cane” (cit. René Ferretti).

Ora, io non voglio star qui a fare l’esegesi del Bertoli-pensiero. Ché lui si sa difendere benissimo da solo. Io però constato un fatto: di termini come “razzismo”, “xenofobia” e “ignoranza” in quel discorso non c’è traccia. In nessun passaggio il presidente del Governo accusa chicchessia di essere razzista, xenofobo o ignorante. Però di questo è stato accusato dai suoi improvvisati e malevoli e interessati esegeti della domenica.

Non solo: a sentir loro, Bertoli s’è permesso pure di immaginare la possibilità di un nuovo voto sul tema dell’immigrazione, già sottoposto al giudizio del Sovrano il 9 febbraio e quindi ormai indiscutibile. Orrore e raccapriccio! Lesa Maestà! Non sia mai! Come si permette di offendere il popolo pretendendo un nuovo voto, solo perché il popolo non ha votato come lui avrebbe voluto? Ebbene, Bertoli ha detto questo? Proprio questo? Oppure ha detto cose un po’ più circostanziate e sensate?

Quante volte abbiamo votato sulla cassa malati pubblica negli ultimi dieci anni? Tre. Quante volte sull’AVS? Quante volte sul congedo di maternità? Quante volte sui Bilaterali, direttamente o indirettamente? Dunque perché accidenti dovrebbe essere inconcepibile tornare a votare più volte su un tema fondamentale come l’immigrazione, determinante nei delicati rapporti con il nostro principale partner commerciale, ossia l’Unione Europea? Cosa c’è di strano? Ecco infatti le parole di Bertoli:

“Dopo il voto popolare dello scorso 9 febbraio che, comunque la si veda, ha segnato una significativa rottura con l’Unione europea e con la politica dei trattati bilaterali portata avanti dal nostro Paese dalla fine del secolo scorso, la Svizzera è entrata in una fase di incertezza, da un lato potenzialmente pericolosa, ma dall’altro potenzialmente chiarificatrice. Il Consiglio federale, pur dovendo in ogni caso mettere a punto onestamente e correttamente la proposta di legislazione in applicazione dell’iniziativa popolare cosiddetta “contro l’immigrazione di massa”, a mio parere nello spazio temporale di tre anni concesso dal nuovo testo costituzionale deve anche immaginare di proporre al Paese un voto adeguato a confermare o rivedere la scelta isolazionista fatta da popolo e Cantoni 6 mesi or sono, perché è attorno a questa questione politica che la Svizzera ed il Ticino si giocano un bel pezzo del loro futuro.”

Traduzione:

“Adesso applichiamo l’iniziativa, poi se ne riparla.”

Bisogna ignorare la volontà popolare? No. Per niente. Era tanto difficile da capire? No. Allora dove sta il problema? Nella proposta di nuovo voto? Ecco ancora le parole di Bertoli:

“Affinché la nuova scelta popolare non riproduca il risultato del 9 febbraio è tuttavia necessario che essa sia accompagnata da vigorose riforme interne inerenti al mercato del lavoro e al mercato dell’alloggio, atte a ridurre gli effetti non voluti della libera circolazione delle persone.”

Traduzione:

“Quando chiederemo agli Svizzeri di votare di nuovo, dovremo aver cambiato la situazione, affinché possano esprimersi senza essere condizionati dalle conseguenze negative della libera circolazione delle persone”.

Ehi, gente! Il mondo cambia! Noi lo cambiamo, se possibile in meglio. Lo cambiamo e poi vediamo se le cittadine e i cittadini modificano le proprie opinioni e le proprie scelte. Oppure la vox populi ha da essere definitiva ed eterna nei secoli dei secoli amen, e anatema per chi cambia idea? Se è così, per favore qualcuno ricordi a Lorenzo Quadri il voto già espresso dal popolo sui Bilaterali nel 2000. Perciò lui non si azzardi mai più a riproporli come tema di votazione, ché altrimenti non ha rispetto per il popolo.

Già, il popolo. Ma chi è ‘sto popolo? Ma di chi stiamo parlando quando parliamo del popolo? A mo’ di esempio, giusto per rinfrescare la memoria ai Savoia e ai Quadri e ai Corti, sacerdoti del popolo e custodi dell’ortodossia emersa dalle urne, consideriamo il popolo votante proprio il 9 febbraio, quando emerse la sacra volontà del popolo di tener fuori gli stranieri dal patrio suolo. Ebbene, su quel tema votò il 56,57% degli aventi diritto. Insomma, a più di 4 Svizzeri su 10 fregava così poco da non prendersi nemmeno la briga di esprimere un’opinione, neppure per posta. Tutti scemi? Oppure quelli non fanno parte del popolo? E gli altri, i votanti? Ecco qua: 50,3% Sì, 49,7% No. Con uno scarto di meno di 20 mila voti. 20 mila su 5 milioni di aventi diritto al voto. Questa sarebbe la Sacra Verità Indiscutibile emersa dalle urne, con questa forza e questa chiarezza. Perciò quel 49,7% non è popolo? La metà dei votanti non fa parte del popolo? E non ha nemmeno il diritto di dire che l’esito di quel voto non gli garba e che vorrebbe cambiare le cose per poter convincere una nuova maggioranza a esprimersi diversamente?

Dopodiché la fuffa politica ci sta pure, in questo triste Cantone e in questa ancor più triste estate vuota di sole e di notizie. Ci sta, ma chiamiamola con il suo nome vero: disonestà intellettuale.