...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

Il muro tra insulti e libertà - 4 agosto 2014

di Tommaso Soldini (La Regione del 4 agosto 2014)

Ormai non è più una notizia: i social network hanno radicalmente cambiato il nostro modo di comunicare, di dare e commentare notizie, di percepire la nostra stessa realtà. Non è più una notizia eppure, malauguratamente, ci sono persone che cadono nel tranello e, pensando di esprimere quello che potrebbe essere uno sfogo personale e comprensibile, in effetti pubblicano (si noti il senso etimologico della parola), su una pagina la cui diffusione sfugge al controllo dello scrivente, un insulto che ferisce delle persone. Mi pare che succeda sempre più spesso, e mi pare che sia appena successo a Adriano Venuti.

Mi dispiace che anche lui abbia confuso ambiti e linguaggi, accogliendo (e in un certo senso rafforzando) quel tipo di comunicazione violenta e intimidatoria che tanto male sta facendo non solo alle nostre latitudini.

Tuttavia credo sia necessario avanzare delle distinzioni, perché, se è vero che i fenomeni sono di solito variegati e complessi, per cercare di comprenderli è spesso doveroso l’uso di una lente d’ingrandimento. Sono sempre stato un osservatore delle scritte sui muri, attento in particolare alle esternazioni libere e fantasiose, dettate, credo, perlopiù dall’urgenza di esprimere, quasi di urlare un proprio sentimento. QUATTRO Frasi d’amore, spesso, o di dolore per un amore finito, ma anche insulti rivolti agli adulti: ai politici, alla polizia, ai genitori. Chi si serve del muro cerca di garantirsi l’anonimato, perché l’atto stesso di tracciare del colore su una proprietà pubblica o privata è proibito, a maggior ragione se il messaggio è ingiurioso. Ora, alcuni siti chiamano la propria pagina iniziale Wall, muro, alludendo proprio a quel tipo di comunicazione. Quindi, e purtroppo, si potrebbe dire che il mezzo influisce sull’atto, i social media possono diventare istigatori all’uso del turpiloquio e dell’offesa, perché ciò permette di conquistare l’attenzione e di diventare parte in causa del processo mediatico di costruzione della realtà. Più frequenti saranno le polemiche nate sulle loro pagine, maggiori saranno le visite ai loro siti da parte di singoli cittadini ma anche degli organi di stampa tradizionali, di conseguenza maggiori saranno gli introiti pubblicitari per i gestori dei social network.

A questa prima distorsione se ne aggiunge una seconda, strettamente connessa: questo mezzo di comunicazione, che può diventare di informazione a seconda delle circostanze, agisce in modo incontrollato e dispotico; infatti consente un’immediata deformazione della notizia, accrescendola smisuratamente, distorcendola, falsificandola. Nel caso di cui stiamo parlando, chi ricorda davvero le ragioni per cui Adriano Venuti è giunto alla ribalta della cronaca? Qual è la notizia? Che Arlind sia stato espulso dalla Svizzera, ingiustamente secondo Venuti, oppure che Venuti abbia offeso degli esponenti del partito che con maggiore rigidità sostiene le misure di espulsione degli stranieri? Inoltre, in che veste li avrebbe ingiuriati: in qualità di cittadino, di municipale, oppure di dipendente del Comune di Lugano?

Due riflessioni, a questo punto. La prima: a questi meccanismi ci si può sottrarre in due modi, uno radicale e uno moderato; si può rifiutare di utilizzare il mezzo, evitando così ogni possibile scivolata emotiva, oppure si può impiegarlo esercitando senza tregua il senso di responsabilità, ricordandosi che molto spesso gli interessi di chi gratuitamente mette a disposizione uno spazio espressivo e quelli di chi ne fa uso non coincidono.

La seconda riflessione è di altro genere e concerne più direttamente i rapporti di potere e il senso stesso della democrazia. È arcinoto che il linguaggio politico introdotto nel cantone dalla Lega dei Ticinesi ha suscitato grande dibattito, ma soprattutto grande successo popolare. Che cosa o chi ha permesso al movimento leghista di diventare in oltre vent’anni maggioranza politica nel Paese? Le idee o il linguaggio del ‘Mattino della domenica’? Le persone o le intimidazioni, gli attacchi personali, le caricature, i nomi storpiati dei politici e degli avversari? Non credo che le diverse componenti possano essere facilmente separate. Hanno vinto le idee perché trasmesse in un certo modo. Il Kompagno coi piedi al caldo è frase ad effetto, divertente. Lauretta gné gné, GuttaLac, Kultura, ro$$o… sono solo altri pochi esempi dei metodi satirico-ingiuriosi che tanto bene hanno fatto alle ambizioni di cambiamento della Lega. C’è chi ha riso, chi si è indignato, chi ha subito, chi ha imitato questo modo di dire e di essere. C’è chi, soprattutto, ha tollerato. Perché? A quale scopo? Come mai gli esponenti di spicco del mondo ticinese, negli ultimi vent’anni, dalla politica alla radiotelevisione, non hanno reagito sistematicamente con durezza, non si sono appellati a un codice deontologico? Cosicché, per esempio, municipali e granconsiglieri, pur rappresentando le istituzioni, hanno potuto dare libero sfogo ai loro istinti più bassi sul giornale domenicale. Sono tante le risposte possibili. Qualcuno ha taciuto per interesse proprio, altri per codardia, altri ancora perché il fenomeno Lega è stato troppo a lungo sottovalutato. Ma c’è una risposta, tra le possibili, che mi pare maggiormente carica di significato politico. La classe dirigente ticinese non ha reagito con determinazione contro la violenza verbale del movimento di Bignasca perché, innanzitutto, il diritto di parola va tutelato proprio quando quel che viene detto è scomodo, e il rischio di agire in maniera illiberale ha forse indotto molti ad accettare più di quel che sarebbe stato lecito. Certamente il ‘Mattino’ ha goduto di una libertà di espressione nettamente superiore rispetto agli altri organi di informazione. Responsabilità di chi cambia il linguaggio, di chi ridefinisce i codici di comportamento e la realtà, ma anche dei poteri di garanzia che, nel timore di ledere un fondamentale diritto dei cittadini, hanno allargato le maglie della liceità.

Ecco che cosa è cambiato negli ultimi mesi: la Lega è diventata maggioranza del Paese, quindi è lei che in questo momento si trova, più che in passato, sotto attacco, oggetto di rimproveri e insulti. “Piove, governo ladro!”, oggi va riferito anche a lei. Perciò questo organismo politico si trova ora confrontato con una scelta molto delicata e altrettanto importante: come reagire di fronte a espressioni particolarmente urtanti? Con lo stesso interesse per la protezione delle minoranze, oppure con la sicumera di chi, raggiunto il potere, lo esercita fino in fondo, punendo severamente gli avversari?

Il caso di Adriano Venuti mi sembra emblematico in questo senso: egli ha scritto delle parole dure, che hanno colpito, tra gli altri, dei politici che, guarda caso, sono anche i suoi datori di lavoro, quindi avrebbero gli strumenti per fargliela pagare. È in un caso come questo che si misura quale sia la loro idea di democrazia e di libertà di espressione. Possono mostrare che anche la Lega, una volta raggiunte le stanze decisionali, sa trascendere se stessa per perseguire un bene ultimo collettivo: la libertà di critica, naturalmente entro i limiti consentiti, i quali però, come si continua a dimostrare, sono difficili da stabilire. Di una cosa sono convinto: si percepisce debole quel potere che necessita di interventi forti e repressivi, che fa capo a tutte le sue risorse per mettere a tacere il maggior numero di voci contrarie, che si rifà su un dipendente perché ha osato criticare.