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Rassegna stampa

L'intervista a Bertoli - 4 agosto 2014

L’intervista a Bertoli

Gianni Righinetti

Corriere del 4 agosto 2014

Bertoli: «Non intendo starmene zitto»

Incurante degli attacchi su Facebook, il presidente del Governo replica alle critiche

Il discorso tenuto dal presidente del Governo Manuele Bertoli il 1. agosto a Locarno ha subito suscitato reazioni a viso aperto nell’area favorevole all’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Sabato sera tuttavia un anonimo ha aperto un profilo su Facebook intitolato «Un deficiente in Consiglio di Stato» e pieno di insulti all’indirizzo del consigliere di Stato socialista. La pagina è stata chiusa ieri mattina verso le 11 dagli amministratori a seguito delle proteste.

 

Che sensazioni ha provato nel trovare una pagina Facebook di insulti tutti per lei?

«Non ho dato troppo peso. Sono cose che, purtroppo, in Ticino succedono. Ed è curioso che accadano proprio da noi. Spesso teniamo a sottolineare quanto siamo diversi dagli italiani con un sacco di distinguo, ma sulla cultura dell’insulto siamo capaci di importare il peggio di quello che c’è oltre confine. Purtroppo le cose stanno così».

E cosa le ha dato particolarmente fastidio?

«L’insulto senza contenuto politico. Nel nostro cantone si fa fatica ad avere un confronto politico, anche duro, ma fondamentalmente sereno. Si tratta verosimilmente di persone che hanno delle certezze che si sono costruiti non so attingendo dove. Se hanno opinioni diverse dalle mie, per carità, li rispetto. Ma se questo è motivo per tacciare chi non la pensa come loro con chissà quali amenità, se le tengano».

Ad “infastidire” è stato il suo discorso del 1. Agosto e, soprattutto, l’idea di tornare al voto dopo quanto detto dal popolo lo scorso 9 febbraio. Lei si sente antidemocratico?

«Per nulla. L’ipoteca di quel voto è pesante, ma la volontà deve essere implementata nel corso dei prossimi tre anni. Non si tratta di aggirare nulla. Ma porre la questione di un nuovo voto che confermi o meno la scelta non è per nulla campato per aria. I bilaterali li abbiamo votati nel 2000 e poi l’UDC e la destra di questo Paese ha sostanzialmente cercato di farli saltare quando si è parlato del primo allargamento a otto. La stessa cosa è stata poi fatta con Bulgaria e Romania, e in seguito, indirettamente, il 9 febbraio. Si era poi già pronti a farlo con l’adesione della Croazia. Cosa c’è di antidemicratico? Ricordo che sulla Cassa malati unica è la terza volta che andremo a votare in dieci anni. Questa è moneta corrente del nostro sistema è uno dei nostri valori nazionali festeggiati il 1. Agosto, invece ora tutto diventa improvvisamente impossibile, inaccettabile e arrogante. Tutte sciocchezze».

Ma quando il 1. Agosto lei si è espresso, lo faceva a titolo personale o come presidente del collegio governativo? Per essere chiari: di chi sono quelle idee politiche?

«Non ci sono equivoci, l’ho detto e l’ho scritto nel mio discorso. Chiedere al Consiglio federale di rivedere questa questione tanto importante è una posizione mia personale, non del Governo. E, credo, personalmente ho il diritto di esprimere le mie idee. Non vedo cosa o chi debbano impedirmi ciò».

Lei ritiene essere una posizione legittima. Ma se le dico che era una provocazione, come replica? È compito del presidente del Governo lanciare provocazioni in piazza? D’altronde lo aveva già fatto qualche mese fa quando dichiarò che il Ticino in aprile 2015 non avrà un Preventivo…

«In un Paese democratico non si può vivere come provocazione il fatto che qualcuno dica delle cose che non dicono tutti. Credo sia normale dire qualcosa di diverso. D’altronde questa provocazione tanto provocatoria l’ha espressa il presidente della Confederazione prima di me, senza che nessuno si scagliasse contro chiedendogli di suicidarsi o altre scemenze del genere. Quando dissi che rischiamo di non avere un Preventivo non era un auspicio, ci mancherebbe altro. Vedremo come andrà. Se avrò detto qualcosa che si confermerà sbagliato, sarò ben contento. Ma la situazione è oggettivamente ingarbugliate, e una delle possibili conseguenze è quella da me descritta».

E se le dico che forse sarebbe meglio che il numero uno del Governo faccia un po’ più il presidente dell’Esecutivo e un po’ meno il presidente del Partito socialista, come replica?

«Il PS ha un suo presidente che fa il suo lavoro. Non sono io. Lei lo sa come lo sanno tutti i ticinesi. Dico anche che il presidente del Governo non è un eunuco e io non lo sono e non voglio esserlo. Ho delle opinioni personali e quando voglio esprimerle lo faccio, senza che ciò significhi disonorare la mia carica. Non intendo farlo e non lo farò. Ma non intendo neppure starmene zitto. Se qualcuno lo chiede, lo fa con la persona sbagliata».

Il suo PS manifesta solidarietà e dice che da vent’anni l’insulto è merce comune. È un chiaro riferimento alla Lega. Ma ultimamente a sinistra non si vedono solo verginelle. Citiamo il caso di Marco Cagnotti (direttore della rivista della Confronti del PS) e il più recente di Adriano Venuti, membro di direzione del PS. C’è qualcuno che si può chiamare fuori da questa deriva verbale?

«Non sono un giudice e non so dirlo. Il problema non è dire chi è il moralizzatore e chi la persona da redimere. Penso che in generale l’insulto non va bene. Per quanto riguarda il mio partito, ogni volta che è stato fatto conto al partito di prendere posizione, lo ha fatto e lo ha fatto dicendo che l’insulto non va bene, anche quando proveniva dai suoi. Non mi pare che questa sia moneta corrente per tutti».

E Bel Ticino che fine ha fatto? Auspicherebbe una discesa in campo dell’associazione che fustigò in particolare i metodi dei leghisti, o ci vuole ben altro?

«Visto che stiamo parlando di confronto politico, il segnale più forte arriva dall’autodisciplina dei partiti quando hanno intenzione di muoversi in questo senso. Associazioni come Bel Ticino possono sì giocare un ruolo, ma quello che conta è il segnale che giunge dagli elettori. Sono questi ultimi che determinano i metodi. Se una forza politica che non usa un metodo proprio ortodosso, viene premiata, anche il metodo viene premiato. E, ovviamente, questo fa scuola anche per altre forze politiche e alcuni suoi esponenti. L’unico giudice finale è il sistema democratico».

C’è un segnale di solidariatà, magari da «un nemico politico» che ha apprezzato?

«Diversi e tutti apprezzati. Di persone attive e di altre che non lo sono più. Tutti mi hanno fatto piacere. Sono convinto che questi segnali rappresetano la maggioranza dei ticinesi, persone per bene, che si appassionano, capaci di discutere anche in maniera virulenta. Ma un conto è la virulenza nel dibattito, altro è l’insulto e la denigrazione personale. Questi metodi non sono politici».