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Rassegna stampa

La critica sì, ma l'insulto proprio no - 4 agosto 2014

La critica sì, ma l’insulto proprio no

di Giovanni Galli (Corriere del 4 agosto 2014)

Ha decisamente passato il segno la squallida operazione con cui un anonimo, nella serata di sabato, ha aperto un account Facebook pieno di insulti nei confronti del presidente del Governo Manuele Bertoli. Il consigliere di Stato socialista, oltre ad essere tacciato di «deficiente» e «incompetente» (per non dire altro) è pure stato invitato a suicidarsi. La pagina è stata messa in rete al termine di una giornata nella quale non sono mancate, sui social network, le critiche da parte di avversari politici per quanto dichiarato dallo stesso Bertoli a Locarno in occasione dell’intervento ufficiale del 1. agosto. Queste rimostranze, fatte senza tanti complimenti ma senza travalicare la terminologia ruvida tipica del dibattito politico, non erano campate per aria. Bertoli, che parlava in qualità di presidente del Consiglio di Stato, è in effetti andato sopra le righe. Ha criticato il voto contro l’edificazione dei minareti, ha detto che la democrazia diretta ha bisogno di correttivi e ha auspicato una nuova consultazione popolare sui rapporti con l’UE. Ha insomma toccato corde sensibilissime, che chi in questo momento occupa una carica rappresentativa come la sua dovrebbe maneggiare con più prudenza, a maggior ragione dopo l’inequivocabile verdetto popolare del 9 febbraio. Più che da rappresentante del collegio governativo, dove convivono sensibilità diverse, il suo è stato un discorso da ex presidente del Partito socialista; pienamente legittimo nell’ambito di una dialettica democratica, ma fuori posto rispetto al contesto e alla carica ufficiale, che richiederebbe maggiore circospezione. Il suo intervento fa il paio con quello di fine maggio sulle finanze, quando Bertoli in Tv aveva predetto che il Cantone non avrebbe avuto un Preventivo prima delle elezioni cantonali del 2015. Dimenticandosi però che il compito dell’Esecutivo (che non per nulla si chiama così) in nome del quale si esprime è di far quadrare i conti e non di lanciarsi in profezie. Qualcuno ha rimproverato a Bertoli di aver mancato a sua volta di rispetto verso l’elettorato, ma questo non è un argomento per denigrarlo e non giustifica la disdicevole operazione fatta da anonimi nei suoi confronti. La critica è un conto, l’insulto condito di minacce e la volgarità invece sono totalmente inaccettabili e vanno condannati.

Ma qui si apre anche un capitolo dolente della comunicazione politica: l’influsso nefasto che un uso improprio dei social network può avere su un dibattito che ha già mostrato evidenti sintomi di degrado. Si può pensare che sia stato un fuoco di paglia e che le proteste che hanno portato nel giro di poche ore alla chiusura dell’account siano la dimostrazione che il sistema ha in sé gli anticorpi per reagire. Ma purtroppo non è così. Basta guardarsi intorno e osservare i dibattiti (se così si possono definire) che avvengono sui social network per capire come sta evolvendo il fenomeno. Favorito dall’anonimato, dalla possibilità di nascondersi dietro uno pseudonimo e dalla carenza di controlli da parte dei gestori dei siti, certi blog sono vere e proprie sputacchiere elettroniche ad alto contenuto tossico, in cui non c’è posto per uno scambio civile di idee e l’insulto a chi dissente è ormai la parola d’ordine. Sono luoghi virtuali che non sono usati per manifestare un disagio, esprimere un’opinione o cercare un confronto, ma solo per dare sfogo al desiderio di farla pagare a qualcuno.

E tanto per intendersi, non è solo una questione di linguaggio circoscritta alla realtà locale. Proprio ieri la presidente della Commissione federale contro il razzismo Martine Brunschwig Graf si è detta preoccupata per l’aumento dei commenti razzisti e antisemiti in rete, auspicando l’intervento dell’autorità verso gli amministratori di Facebook. «C’è un’assenza di tabù che non abbiamo riscontrato finora», ha osservato, sottolineando il dilagare di dichiarazioni punibili penalmente e il fatto che certa gente non si rende conto che quanto scrive diventa pubblico.

Nella polemica innescata dal caso Bertoli il PS non ha perso occasione per dare la colpa di quanto avviene in Ticino alla «stampa di destra». Ma la realtà è che nessuno in questo campo può attribuirsi patenti di verginità, visto che anche a sinistra non sono mancati (come mostra la cronaca di questi giorni) esempi poco edificanti di uso della rete. È un problema che va ben oltre certi steccati, che ha tanti padri e che sarebbe arbitrario imputare ad una sola area politica. Certo, se le premesse sono queste, c’è solo da rabbrividire a pensare a cosa riserveranno i prossimi mesi con l’avvio della campagna elettorale.