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Rassegna stampa

I ragazzi che non sappiamo vedere - 31 luglio 2014

di Claudio Lo Russo (La Regione del 31 luglio 2014)

Viva la Patria. Qualcuno domani digerirà le costine più serenamente, Arlind Lokaj sarà partito per il Kosovo. L’ordine è stato ristabilito, finalmente. Ironia degli eventi, questa vicenda giunge a compimento proprio alla vigilia della Festa Nazionale, nella quale, fra miti e retorica, si celebrano anche i valori su cui questo Paese è fondato. E in cui, si suppone, ancora crede.

Oggi si chiude ma, crediamo, tutta questa storia è destinata a lasciare una scia lunga dietro di sé. Lo dimostra il modo in cui ha diviso l’opinione pubblica ticinese, l’attenzione che ha calamitato, le reazioni scomposte che ha suscitato; proprio per il fatto di imporsi come un caso limite, ai confini dell’assurdo, che dice qualcosa di autentico e impietoso sul tempo in cui viviamo.

In questi giorni, fra tanti svizzeri di importazione che hanno invocato il rispetto di una legge che non sempre conoscono in tutti i suoi risvolti, ci hanno confortato le voci di alcuni ticinesi doc che si sono appellati ai valori con cui hanno sempre alimentato il proprio senso di appartenenza a questo Paese. E non è solo una questione di umanità, di buonismo, come qualcuno ha voluto far credere. In effetti, in tutta questa vicenda, vorremmo isolare un aspetto centrale, per quanto poco o niente considerato, anche in un dibattito tv di un paio di giorni fa, in cui alcune domande non sono state poste e altre sono rimaste ancora senza risposta.

Al di là dell’assurdo kafkiano di due istituzioni ticinesi che prendono decisioni divergenti (il tribunale civile che affida Arlind alla madre, la Sezione della popolazione che non entra nel merito della richiesta di ricongiungimento familiare), è disarmante notare come in questa vicenda non sembra aver avuto alcun peso il fatto che riguardasse un minore. Quando Arlind è tornato in Svizzera, infatti, aveva 14 anni, poco più di un bambino. E l’applicazione della norma, nel suo caso, oltre che ottusa, è stata ingiusta. Non per una questione di buoni sentimenti, né perché si debba anteporre a priori l’uomo alla legge, come suggerito ieri da don Pierangelo Regazzi su queste colonne. Tutt’altro. La legge si rispetta e si applica, siamo d’accordo. Ma finché non nega se stessa, finché non demolisce un valore che la contiene e la supera. In questo caso la difesa del diritto di ogni minore ad avere una famiglia, a stare con la propria famiglia. Per Arlind sua madre, dato che suo padre ha rinunciato ufficialmente ad occuparsi di lui. Proprio per queste ragioni, lo abbiamo già ricordato, esiste una Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia che la Svizzera ha ratificato e che nel 1997 è formalmente entrata in vigore, non solo idealmente. Il suo punto centrale è che in ogni frangente, a priori, “l’interesse supremo” di un minore deve essere tutelato. Al di sopra dell’applicazione alla lettera di ogni legge. È un impegno che questo Paese si è assunto non per compiacenza verso l’Onu, ma per noi, per i nostri figli, per difendere un valore universale, fondante, in cui una democrazia (in teoria) evoluta come la nostra non può non riconoscersi. Nella sua tutela stanno l’esempio e la sicurezza che diamo ai nostri ragazzi.

Nel caso di Arlind, quattordicenne in mano agli adulti, qualcuno si è chiesto quale fosse il suo “interesse supremo”? Davvero, oggi, in Svizzera, basta un vizio di forma nella presentazione di una domanda di ricongiungimento, per negare a un ragazzino di 14 anni la possibilità di vivere e crescere con l’unico genitore disposto ad occuparsi di lui, nel Paese in cui è nato?

Sfortunatamente, è emerso negli scorsi anni, questo Paese simbolo di accoglienza e di apertura, ha alle spalle anche un passato lungo e disonorevole di mancato rispetto dei diritti fondamentali dei minori, soprattutto stranieri. È una storia che in questi anni, lo sappiamo, in altra forma si perpetua proprio attraverso decisioni prese nelle stanze della Sezione della popolazione come nel caso di Arlind, con l’avallo di un Consiglio di Stato mai come in questa volta di basso profilo, privo di coraggio e lungimiranza, in particolare negli esponenti dei partiti storici. E non è, lo ripetiamo, una questione di buonismo, ma di rispetto degli impegni presi da questo Paese, di difesa nel nostro stesso interesse dei valori supremi in cui crediamo. Primo fra tutti la difesa, sempre, dei minori; tanto più quando si trovano a dipendere da noi. Se smettiamo di farlo con i figli degli altri, presto o tardi non saremo più capaci di farlo con i nostri. Buon primo di agosto.