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Rassegna stampa

Legge o umanità - 30 luglio 2014

di don Pierangelo Regazzi (La Regione del 30 luglio 2014)

Sono gli ultimi giorni della presenza di Arlind, il 17enne kosovaro, in Ticino. La decisione è già stata presa in maniera irrevocabile: per lui non c’è più alcuna speranza di permanere in Svizzera, tra i suoi amici. “Dura lex, sed lex”, si continua a ripetere per giustificare questo decreto di espulsione. Non ci restano che due sentimenti. Il primo è di ammirazione, per la tenacia e la determinazione di Arlind, della sua famiglia e dei suoi amici nel cercare fino alla fine di ottenere in tutti i modi lo sperato “strappo” alla regola. Arlind è nato qui, in questi tre anni di permanenza in Ticino si è fatto voler bene, partecipando attivamente alla vita della comunità nella quale era inserito. È un ragazzo generoso, si interessa alla vita della società; ha imparato bene l’italiano, partecipa a una squadra di calcio, si è integrato “alla grande” in mezzo a noi. Ha una fidanzata che vive qui, la mamma che lo vorrebbe vicino. È una persona onesta, interessata alle tradizioni e alle abitudini della nostra terra. È desideroso di avere qui un lavoro. Ma tutto questo passa in seconda linea, diventa ininfluente, perché la giurisdizione prevale. La legge è “dura”, si dice, e va applicata a tutti. Può essere questo un criterio valido.

Ma la domanda è solo questa: “Indistintamente”? Non è possibile valutare caso per caso?

Tanti si sono dati da fare per strappare l’eccezione alle autorità, affinché Arlind potesse restare. Risuonano ancora nelle strade di viale Stazione i cori di solidarietà nei suoi confronti “Arlind, sei uno di noi!”. “Arlind è uno di noi e con noi deve restare!”. Era il martedì santo di quest’anno, il 15 aprile scorso le porte della Collegiata di Bellinzona si sono aperte per lui e hanno suonato le campane per lui e per mostrare la solidarietà dei credenti nei suoi confronti. Passando ancora oggi per viale Stazione, è necessario spostare la transenna, posta per proteggere i lavori in corso nell’ultima parte dello stesso viale. Su una di queste transenne c’è ancora un adesivo che ricorda la manifestazione a favore di Arlind.

Nelle ultime settimane, anche il vescovo emerito Pier Giacomo ha preso posizione a suo favore, per segnalare che c’era per lui la possibilità di completare i suoi studi al Papio: un’occasione per scongiurare il suo allontanamento.

Dall’altra parte, la sua partenza suscita in tante persone una sofferenza, nel vedere come la nostra società metta i valori della legge, delle istituzioni al di sopra di quelli della persona.

È certo necessario che uno Stato si imponga dei regolamenti, delle leggi che regolino l’afflusso degli immigrati e dei profughi.

Ma ogni legge deve avere la sua applicazione, in base al principio che la persona sta al di sopra della legge stessa. Per questo le leggi vanno lette in funzione dell’uomo, e non viceversa.

I principi cristiani, sui quali si fonda tutta la nostra civiltà occidentale ha dei valori fondamentali verso i quali orientare le proprie scelte e le decisioni esistenziali concrete. Ad essi tutti i legislatori e i politici dovrebbero guardare. “Il Sabato è fatto per l’uomo, e non l’uomo per il Sabato” (Mc. 2,27) – “Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto.”(Dt. 10:17-19) – “Il forestiero che soggiorna fra voi, lo tratterete come colui ch’è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso” (Lv. 19,34) “Ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt. 25,35), è uno dei criteri di accoglienza del giudizio universale. “Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli”. (Eb. 13:2).

La Svizzera ha una tradizione di accoglienza molto grande, che può essere presa a modello da altri Stati. I rifugiati che nei duri tempi dell’ultima guerra mondiale hanno trovato ospitalità in mezzo a noi sono stati numerosi, hanno avuto salva la vita. Personalità come Giovannino Guareschi hanno trovato accoglienza in Ticino, anche dopo la guerra.

Avvicinandosi la festa del primo di agosto, tutti innalzeremo nelle nostre case la bandiera svizzera. Essa sventolerà anche nelle piazze e durante tutte le manifestazioni pubbliche. Ma quanti la guardano con vera coscienza e consapevolezza? In mezzo a un campo rosso ci sta una croce bianca. La croce non riguarda forse Qualcuno che ha dato la vita per amore verso tutti? Il fatto che sia bianca, non ricorda forse che il male, l’egoismo, la chiusura sono stati vinti, come Cristo ha vinto la morte? Lo sfondo rosso, segnato da questa croce non dice forse che il sangue, la violenza hanno una possibilità di essere superati dalla vita, dall’accoglienza, dalla fraternità, dall’amore?

E il salmo svizzero “Quando bionda aurora” non inneggia forse a un “cittadino”, che agisce secondo la volontà di Dio? Qual è il cittadino che Dio vuole? Uno accogliente o uno che “espelle”? Con quale coraggio tanti guarderanno questa bandiera o ascolteranno questo inno, il Primo Agosto, dopo l’espulsione di Arlind?

Tutti noi ci rallegriamo naturalmente per il fatto che anche oggi sono molti quelli che, per motivi di lavoro o altro, cercano e trovano positiva accoglienza. Possiamo dire che lo spirito cristiano ha permeato la coscienza dei cittadini. Sono solo cavilli giuridici, burocratici quelli che impediscono ad Arlind di rimanere tra noi: pure il fatto che il Kossovo non appartenga all’unione europea. Ma può essere sufficiente questo per motivare la sua espulsione?

La costruzione della Svizzera è per natura multietnica: è fatta di persone diverse, per origine e provenienza, cultura e mentalità, religione e storia. Rientra proprio nella sua natura quella dell’accoglienza e aborrisce alla sua costituzione l’espulsione.

Se fossimo tutti in una famiglia e i figli chiedessero ai genitori di accogliere in casa un loro amico, anche se ha una pelle o una lingua diversa, che cosa direbbero? Non farebbero forse propria la loro richiesta, anche solo per farli contenti? Non sarebbero pronti anche a fare qualche sacrificio, a modificare le regole stesse della casa, per fargli spazio?