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Rassegna stampa

Guardate i vostri figli...- 19 luglio 2014

Guardate i vostri figli 14enni e... vedeteci Arlind

di Chiara Orelli Vassere (La Regione del 19 luglio 2014)

Prestate per favore attenzione a queste tre date: 24 dicembre, 7 gennaio, 20 gennaio. Il 24 dicembre 2010 entra in Svizzera un ragazzo kosovaro, Arlind. Ha quattordici anni, essendo nato nell’agosto 1996 nel Cantone Ticino. Dopo alcuni anni qui, vive in Kosovo con il padre, cui viene inizialmente affidato a seguito di una difficile separazione familiare. Nel 2010, la vigilia di Natale (ecco la prima delle nostre tre date), raggiunge in Ticino la madre, suo padre non vuole più occuparsene. Arlind arriva nel suo Paese natale con un visto di ingresso della durata di 15 giorni, valido quindi fino al 7 gennaio 2011 (seconda data). Il 10 gennaio – dopo la scadenza del visto – il giudice civile svizzero cui si era rivolta la madre sancisce l’affidamento di Arlind alla madre stessa, revocando quindi l’affidamento al padre, fino ad allora (anche il 7, l’8, e il 9 gennaio) sempre effettivo. È solo il 20 gennaio (terza data), dieci giorni dopo l’affidamento a lei, che la mamma chiede il ricongiungimento familiare di Arlind.

Eccoli, i dieci giorni che sconvolgono il mondo, il mondo di Arlind. Questo, non altro, è il crimine del quattordicenne Arlind e di sua madre: avere ritardato di meno di due settimane la domanda di ricongiungimento, anzi di non averla fatta prima che il ragazzino partisse dal Kosovo. È stato un errore? Certamente. È stata infranta la Norma? Sì, la domanda è stata tardiva e non posta correttamente. Arlind ha però infranto la Norma consapevolmente? Non lo so: ma se penso per analogia ai ‘nostri’ quattordicenni, dubito che molti di essi abbiano sufficienti conoscenze circa l’ordinamento giuridico nostro per essere consapevoli di prassi e scadenze per richiedere un permesso, e anche circa molte altre molto più semplici nozioni.

Arlind era dunque probabilmente inconsapevole della fatalità di quel ritardo. Arlind era, ed è tuttora, un minorenne: è dunque legittimo obiettare che doveva comunque occuparsene la madre. Giusto. La madre ha sbagliato, non ha agito per tempo. Lo ha fatto – come molti pensano e scrivono – volutamente, per irridere la troppo ospitale nazione svizzera? E che giovamento ne avrebbe mai potuto trarre, quale vantaggio? Davvero avrebbe messo a repentaglio il destino del figlio per rivalsa verso un Paese nel quale, a quanto pare, desidera vivere visto che ci vive da un quarto di secolo?

Dunque, probabilmente, Arlind deve partire perché a quattordici anni ha commesso involontariamente e inconsapevolmente un errore procedurale, un ritardo di un paio di settimane.

Un’infrazione è un’infrazione, certo. E tuttavia, niente nell’errore di Arlind e di sua madre, un errore sanzionato con un prezzo altissimo per entrambi – poiché oso sperare che nessuno creda che non sia fonte di sofferenza estrema per una madre e un ragazzo essere separati quando si voleva vivere uniti – spiega la canea scatenata in questi giorni. Un vero e proprio linciaggio verbale, con manifestazioni di odio e di livore non nuove, ma le cui intensità e diffusione dovrebbero davvero preoccupare le persone ragionevoli di questo cantone, qualunque sia la loro opinione sul caso specifico.

Un particolare di questa marea rivoltante mi ha colpito. Non certo il livore paradossalmente anche grottesco di un Donatello Poggi, che dice che Arlind deve andarsene perché il Kosovo non è in guerra e dunque lui ci deve tornare. Nemmeno la Toscana è in guerra, se è per questo, ma a nessuno verrebbe in mente di dire al Poggi di ritornarci, così come non lo è stato detto a suo padre o a suo nonno, non svizzeri (i Poggi sono di immigrazione recente: vedi il Repertorio dei nomi di famiglia svizzeri, che consiglio in particolare agli scatenati e verbosi bloggisti di siti leghisti o para-leghisti, che spesso vi scoprirebbero molte cose interessanti sulle loro origini). Perché forse anche i ragazzini quattordicenni sanno, questo sì, che ci si può spostare e muovere, nel mondo, e nessuno può essere obbligato a vivere là dove sono le sue origini, se non in Stati segregazionisti e certo lontanissimi dalla democrazia che Noi Svizzeri – e qui lo dico da fiera svizzera – abbiamo e vogliamo mantenere.

Mi hanno colpito la durezza e il livore delle donne, di molte donne. A queste donne, che immagino madri come me e come la madre di Arlind, e dunque riferimento educativo primario per i loro figli, vorrei chiedere questo. Cosa fanno, come sono, i vostri figli, a quattordici anni? Davvero pensate che un ragazzo di quattordici anni allora, di diciassette oggi, sia peggio dei più adulti nostrani (ne abbiamo in giro parecchi, qualcuno finisce anche in qualche galera) che malgrado infrazioni varie alla Norma in genere se la cavano? Guardate, vi prego, i vostri figli quattordicenni, la loro fragilità e le loro speranze, e pensate che Arlind aveva quell’età, quando è venuto da sua madre senza il permesso giusto. Guardate i vostri figli quattordicenni, e ringraziate il Cielo (lo faccio anche io) della fortuna che hanno di esser nati dalla parte giusta, e di non doversi (ancora) occupare di permessi, di Norme, di burocrazia da rispettare. Guardate i vostri figli quattordicenni, e se avete ancora un po’ di coscienza, vedeteci Arlind.