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Rassegna stampa

Golpe e cazzotti - 27 giugno 2014

di Matteo Caratti (27 giugno 2014)

Colpo di Stato (il lunedì) e cazzotti (il giovedì). Ad urlare al golpe – perché il populismo vive di provocazioni che obbligano a spararla sempre più grossa, altrimenti si passa inosservati – è stato un deputato leghista all’inizio della settimana. Lo ha fatto come parlamentare impegnato nell’esercizio del suo mandato e come capogruppo. Il gruppo lo ha seguito, abbandonando l’aula e facendovi rientro il giorno dopo, come se nulla fosse accaduto. Ieri, con quell’uscita ‘magari a ta demm un quai cazzott’, detta in aula da un deputato pure della Lega a chi stava esprimendosi alla tribuna, altro deragliamento del medesimo partito.

Sull’uso della parola golpe già si è detto. Inutile tornarci, anche perché ciascuno ha anche il diritto di squalificarsi come meglio crede. Il referendum anti-Expo è riuscito e ci si confronterà a fine settembre alle urne. Qualcuno vincerà e qualcuno perderà. Se poi la Lega non è neppure d’accordo con l’altra via d’uscita imboccata dall’esecutivo, quella del parziale finanziamento del credito tramite il fondo lotteria, nulla osta alla via del ricorso. Anche in quel caso qualcuno deciderà, decretando ancora una volta vincitori e sconfitti secondo le regole democratiche. Semplice no? E dove sta il golpe?

Ben peggio è però andata ieri. Con la minaccia di passare alle vie di fatto echeggiata in Gran Consiglio è infatti stato superato un nuovo limite. Non vi è chi non senta in sottofondo un odore di olio di ricino. È comunque davvero il colmo: un partito nei cui ranghi milita chi è persino pronto a far tacere un deputato a suon di cazzotti, si erge a paladino della salvaguardia dei diritti democratici dei ticinesi nella questione Expo.

Sembra una barzelletta. Diritti come quello di voto e d’espressione sono sacrosanti. Lo stesso vale per gli strumenti della democrazia diretta: la raccolta delle firme per un’iniziativa o un referendum va fatta nella massima trasparenza e non barando, ad esempio falsificando qualche firmetta, quando ormai si ha l’acqua alla gola. Se c’è un partito che ha annoverato fra le sue fila esponenti di peso che hanno giocato col fuoco, scottandosi, indovinate mai qual è? Giocato col fuoco, intrattenendo legami inopportuni con finanziatori (disinteressati?), pronti anche a sostenere campagne stampa o raccolte di firme per influenzare l’opinione pubblica, senza però mai apparire. Qualcuno osserverà: acqua passata non macina più. È vero, ma non più di un mese fa, un tenutario di bordelli finito in carcere – che ha pure tentato di minacciare un ministro raggiunto nel suo ufficio grazie alle amicizie leghiste che poteva vantare, che ha denunciato persino il procuratore generale – nel corso del processo cosa ha anche raccontato? Che era pure pronto ad aiutare economicamente un deputato municipale leghista in vista di una raccolta di firme. Domanda finale: è forse in casa leghista che dobbiamo cercare i politici modello a cui affidarci quando di mezzo ci sono il rispetto delle regole nell’esercizio della democrazia diretta o il rispetto della libertà d’espressione dentro e fuori dal parlamento? Che i ticinesi finalmente aprano gli occhi.