...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

La generazione post-leghista - 21 giugno 2014

di Aldo Bertagni (La Regione del 21 giugno 2014)

Per superare un trauma collettivo, sociale, è necessario saltare almeno una generazione. Attendere gli adulti che all’epoca dei fatti non erano ancora nati o erano bambini, dunque immuni dalla fascinazione che ha generato il trauma. Perché ogni ‘disgrazia’ nasce quasi sempre da un precedente innamoramento o passione (politica, culturale, personale) foriero di azioni altrimenti impensabili, nel bene come nel male. L’abbiamo presa larga per dire una cosa molto semplice: per far uscire il Canton Ticino da vent’anni di leghismo (che vuol dire chiusura, rancore, pessimismo, dissacrazione fine a se stessa, umiliazione dell’avversario e anche volgarità) serve la generazione che nel 1991 era ancora in fasce o in calzoncini corti. Perché diciamocelo a quattr’occhi: molti ventenni di allora, presi o meno dalla politica, caddero come pere cotte nella rete di Giuliano Bignasca, allora giovanotto irriverente che inneggiava metà al Che Guevara e metà al Guglielmo Tell, unendo così in una porzione magica il mito di sempre con quello dell’epoca (peraltro già tramontata altrove, ma questo è un altro discorso). Quei ventenni del 1991 sono poi cresciuti con la convinzione di vivere in un Canton Ticino isolato e odiato da tutto il mondo – dunque perennemente sotto attacco – e con il pessimismo figlio della propria relatività: siamo piccoli e dunque perdenti. Metteteci i cambiamenti epocali sopraggiunti in tutta Europa e oltre Oceano (la rivoluzione tecnologica), nonché i tentativi sin qui poco riusciti di coalizione ai nostri confini (l’Ue), e il gioco è fatto: i quarantenni ticinesi di oggi hanno perso il treno del rinnovamento e chissà se hanno ancora la forza di provarci.

Ora, capita ovunque che dopo un periodo più o meno lungo (vent’anni, appunto), si abbia voglia di voltare pagina. È una questione fisiologica prima ancora che politica. Succede ovunque, anche là dove si è governato bene. Perché un sistema democratico – comunque la si pensi – ha bisogno di rigenerarsi. Anche solo, magari, per poter poi tornare indietro. Orbene, noi siamo convinti che quest’ora è giunta anche in Ticino; c’è qui un’ampia fascia della popolazione che vuole tornare a credere nelle proprie forze, nei propri mezzi, coi valori di sempre adattati al nuovo contesto sociale e culturale. C’è un grande potenziale (una bella e feconda realtà!) che chiede di esprimersi, ma gran parte della classe politica ticinese non l’ha ancora compreso. Non lo rappresenta. O meglio, non lo rappresenta abbastanza. Perché qualcosa di nuovo s’è mosso e certo è presto per dire se siamo di fronte a una svolta o solo a un fuoco di paglia. La lista del Plr per il Consiglio di Stato (orfana di uscenti e con tre trentenni preparati) ne è un esempio. C’è chi ha subito notato l’assenza di ‘tenori’, magari rappresentativi delle due storiche ali, capaci di dividere e trainare voti. Sino a ieri, in effetti, ha funzionato così. Ma siamo davvero sicuri che potrebbe funzionare ancora o piuttosto i ticinesi delusi dalla politica (e sono tanti, a torto o ragione) si attendono oggi volti nuovi capaci di andare oltre, ma oltre sul serio che vuol dire ricreare un ‘collettivo egemone’ – come si diceva una volta, prima che nascesse la Lega dei Ticinesi – col quale partorire un nuovo Risorgimento ticinese.

Anche solo provarci, è già un buon inizio. Vangare, al contrario, vecchie e aride zolle (per quanto con un passato fecondo) potrebbe rivelarsi un esercizio inutile, illusorio. Con le conseguenze del caso, ovvero l’allargamento del fossato fra il cosiddetto Paese reale e quello ‘nostalgico’.