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Rassegna stampa

Trasparenza e gente - 7 giugno 2014)

di Silvano Toppi (La Regione del 7 giugno 2014)

Trasparenza e gente: due parole vezzeggiate e inflazionate. Se dovessimo porre una tassa per ogni volta che politici, governanti, amministratori pubblici e privati, banchieri e imprenditori usano la parola trasparenza avremmo già risolto il problema del debito gestionale dello Stato. Se dovessimo credere a quei politici che si affidano alla parola gente per risolvere ogni problema, avremmo soluzioni già confezionate.

Trasparenza non può andare d’accordo con economia e politica. Se sei trasparente riveli le tue mosse e qualcuno ti frega. La trasparenza promessa sa quindi di retorica. La trasparenza può essere solo indagine e verifica costanti. Dovrebbe coincidere con un comportamento etico continuo, altrimenti è solo una parola. Bisognerebbe sempre mettere alla prova chi offre così facilmente trasparenza. L’esperienza di questi ultimi anni, anche dalle nostre parti, ce lo dimostra fin troppo. Alle volte c’è la stampa, la deprecata stampa, a porre qualche rimedio, se riesce ancora a fare il cane da guardia.

Gente è ormai una litania monotona e infinita: ascoltare la gente, andar tra la gente, la gente lo vuole, la gente è con noi (che diventa spesso quasi l’equivalente del famigerato ‘dio è con noi’), la gente è sovrana (si fa un tutt’uno con popolo). Si è persino certificato una sorta di criterio al merito per i partiti: quelli ritenuti vicini alla gente, sani e prosperosi; quelli ritenuti lontani, bolsi e perdenti. Poiché essere tra la gente vuol dire anche avere sensibilità sociale, è sintomatico che per conquistarsi antichi territori socialisti, si vituperi il socialismo per essersi allontanato dalla gente con la puzza sotto il naso, con la classe operaia che sciama verso altri lidi socialpopolari.

Su questo estremo ricorso alla ‘gente’ almeno due interrogativi ci si potrebbe porre.

C’è da chiedersi se quel ricorso non abbia come motivazione non tanto l’ascolto o il bene della gente quanto piuttosto il riempimento di un vuoto o una strategia insulsa di marketing politico. I partiti, rimasti a lungo autoreferenziali e prosciugati (soprattutto quelli storici), a corto di idee e di progetti (o anche di utopie), perso il treno delle nuove realtà, pescano obiettivi possibili tra i malumori e le emotività della gente, esasperandone l’urgenza e creandosi così rendite di posizione elettorali venute meno. Si punta alla strategia del ‘partito pigliatutto’, molto visibile in recenti mutamenti nostrani, quando, sempre in nome della gente, si alterano persino i propri legami con i gruppi originari di riferimento con lo scopo di allargare l’influenza. Il partito è così ridotto a funzione duplicante, rimorchio più che locomotiva. Non è un caso se poi finiscono tutti per essere rimorchi.

C’è da chiedersi, in secondo luogo, se è giusto pensare che la gente sia investita di una sorta di potere sovrano, dai giudizi assoluti e insindacabili, tanto da doverlo assecondare anche contro diritti e patti fondamentali o lo stesso Stato di diritto. C’è il rischio che accettando o promovendo queste distorsioni, rinunciando ai filtri istituzionali o solo deprecandoli, si avveleni anche la democrazia trasformandola in ‘gentocrazia’.