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Rassegna stampa

La lezione italiana - 30 maggio 2014

di Aldo Bertagni (la Regione del 30 maggio 2014)

Il Canton Ticino sta all’Italia come la sabbia al mare o, se preferite, la neve ai monti. Da sempre. Pur nelle differenze – che sono tante – la cultura e la politica d’oltre confine hanno plasmato la nostra storia, antica e recente. Basti dire che il partito oggi di maggioranza in governo ha preso il nome in prestito dalla vicina penisola, anzi Lombardia. E molto si potrebbe aggiungere sulla declinazione ticinese del pensiero liberale, piuttosto che sulla storia del socialismo nato a sud delle Alpi elvetiche. In ultimo, vent’anni di berlusconismo hanno lasciato segni anche in Ticino (se non altro per i condoni tremontiani). Se tanto mi dà tanto, la recente e straripante vittoria del Pd in Italia cosa porterà (o può insegnare) oltre confine? Difficile oggi immaginarlo, ma c’è un elemento su tutti che in qualche modo ci potrebbe tornare comodo per un ragionamento che impegnerà questo Cantone fra meno di un anno, o meglio nell’aprile 2015. Alludiamo alla vittoria della speranza sulla paura; alla fiducia che gli italiani hanno voluto delegare – in massa – a Renzi, rispondendo così a chi (Grillo) predicava odio e rabbia. Che poi, a ben vedere, è un ritorno a credere nella politica, allontanando così la facile protesta senza sbocco. Si dirà, non c’era alternativa perché l’Italia è davvero ferma al palo. Da anni. Come dire, chi sta ancora benino si può permettere un tot di populismo?

Proprio ieri il premier italiano, parlando alla Direzione del Pd, ha precisato che vorrebbe “un partito che studia”, vale a dire che stimola la formazione politica. Con strumenti tradizionali, ma anche con l’aiuto delle nuove tecnologie. Rilanciando, ha aggiunto Renzi, l’idealità. Una volta si sarebbe detto che è necessario creare ‘un nuovo soggetto politico’, partendo dalla liquidità sociale e dunque dalla scomparsa dei blocchi storici. Che vuol dire reiventarsi il mondo o poco ci manca. Perché non basta più far riferimento al ‘solito’ e indefinito ceto medio. Così come è necessario fare i conti col cittadino-consumatore, influenzato da mode e media sempre più aggressivi e pervasivi. Insomma, ricevuta un’ampia fiducia dal popolo elettore, il leader del Pd vuole oggi responsabilizzare certo i militanti del suo partito, ma anche i cittadini azzoppati dalla crisi, soffocati dai problemi ma non per questo consumatori passivi di una politica lontana (magari urlante) e autoreferenziale. Far vincere la speranza non significa ancora ritrovare l’ottimismo, ma certo è la strada giusta. In politica come nella vita.

Quanto soffierà quest’aria italica nel vicino Canton Ticino? Le similitudini non mancano. Fatta la tara delle differenze (viviamo in una Confederazione, lo Stato qui è ancora una cosa seria e il sistema politico istituzionale non è proprio simile a quello italiano), non si può negare che anche alle nostre latitudini da molti (troppi!) anni prevalgono la paura e la sfiducia verso chi è altro da noi. Da tempo la politica è vissuta come una casta attenta ai propri interessi e, al contempo, s’è persa la memoria di una classe dirigente capace d’essere vera avanguardia. Dicevamo l’influenza italiana. Un contagio, oggi, ci pare opportuno prima di raggiungere gli stessi livelli di decadenza: il vero rinnovamento. Che non vuol dire sostituire i vecchi ideali con la ‘capacità del fare’ ma piuttosto adeguare l’idealità ai mezzi dei nostri tempi. Detta altrimenti, rilanciare la politica per tornare a guardare la luna. Magari rottamando la demagogia col sorriso e la speranza dei giovani. E ce n’è tanti, dentro tutti i partiti. Liberiamoli al loro destino, iniziando con le liste per le elezioni cantonali.