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Rassegna stampa

La lezione della banana - 3 maggio 2014

di Matteo Caratti (La Regione del 3 maggio 2014)

Viva la banana! No, tranquilli, non stiamo tornando sulla buccia di banana sulla quale son scivolati parecchi in queste ore dentro e fuori il Palazzo di Giustizia! No, ci riferiamo alla banana intesa come frutto! Ci ha spiazzati Dani Alves. Il giocatore del Barcellona, vittima a più riprese di comportamenti razzisti, ha fatto discutere in settimana per quel suo gesto apparentemente spontaneo, poi scopertosi studiato invece a tavolino, molto probabilmente da parte dell’agenzia che cura la sua immagine. Così in un primo tempo è parso ‘mitico’ per aver tranquillamente raccolto la banana gettatagli da uno spettatore razzista durante una partita di calcio, averla sbucciata e mangiata, e poi aver calciato il pallone. Il tutto senza tradire alcuna irritazione. Come dire: se pensavate di offendermi, di irritarmi, ve la faccio vedere io. La banana che mi avete lanciato, con chiaro intento razzista, me la mangio come qualsiasi banana, come se nulla fosse, con estrema naturalezza. La sequenza, c’era da aspettarselo, una volta raccolta e rimbalzata in rete, è divenuta in pochissimo tempo virale, con migliaia e migliaia di persone, anche quelle che non sanno neppure chi sia Alves o cosa sia un pallone, pronte a apparire in video con una banana. Poi la doccia fredda. Accidenti, il gesto spontaneo è stato costruito a tavolino. Pare che dietro a quel lanciare, ricevere, raccogliere, mangiare la banana ci sia la trovata di un’agenzia di marketing. Insomma una trovata pubblicitaria, nulla più!

È vero, il motore di quel gesto è stato commerciale, ma pensiamoci un attimo: d’ora innanzi gettare a qualcuno una banana, che sia un calciatore di colore o un ministro, non avrà più la stessa valenza. No, perché quel gesto razzista, usato e abusato, già condannato a parole in più di un’occasione, è stato neutralizzato dal gesto di Alves. È stato smontato, è stato ridicolizzato dallo spuntino con la banana. Una trovata pubblicitaria è riuscita a fare meglio, molto meglio, di mille dotte parole, di tanti discorsi di condanna ai quali abbiamo già assistito. L’effetto dirompente e positivo di quel gesto alla portata di tutti è tale da far slittare in secondo piano l’aspetto puramente commerciale.

Una bella lezione per tanti. Per i razzisti, che per un po’ di tempo la smetteranno di lanciare banane, anche se, non facciamoci illusioni, visto che la mamma dei cretini è sempre incinta, escogiteranno presto qualche altra trovata di bassa lega. È una bella lezione anche per chi è costretto a subire le offese, perché ora potrà semplicemente farsi una scorpacciata di banane. È infine una lezione anche per Alves, perché anche lui non potrà più essere lo stesso di prima, nel senso che con quel suo gesto, indipendentemente dall’agenzia di marketing, ha assunto una posizione politica (in senso lato ovviamente) di grande successo. Resterà nella storia dei social, evidentemente stiamo parlando della storia con la ‘s’ minuscola, per essere il giocatore che si è mangiato la banana, che ha smontato quel gesto razzista. E che, neutralizzandolo, gli ha fatto fare viralmente il giro del mondo. Una responsabilità, tutto sommato, impegnativa.