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Rassegna stampa

Di troppo populismo si implode - 20 aprile 2014

L’editoriale

DI TROPPO POPULISMO SI IMPLODE

LILLO ALAIMO (Il Caffè del 20 aprile 2014)

Di troppo populismo si rischia di implodere. Sta accadendo alla Lega - i cui eccessi di demagogia la stavano minando prima ancora della morte di Giuliano Bignasca -, oggi più che mai frazionata in tre, quattro rivoli di difficile connotazione politica. E se il “patron” scomparso da un anno aveva fatto dell’eccesso la sua cifra vincente, così non riesce all’ondivago fratello Attilio. Quando è troppo è troppo. Il populismo fine a se stesso e volto al mantenimento di qualche percentuale di potere, sta facendo reagire anche le figure storiche del movimento. Tutti contro tutti alla vigilia di una possibile implosione che potrebbe mutare profondamente la Lega.

Di troppo populismo si rischia di implodere e sta accadendo ai Verdi di Sergio Savoia, che ha saputo in passato dare più visibilità al movimento, ma che da qualche tempo è parso incarnare il fondamento della concezione populista del potere. Un po’ come dire: rispondo solamente al popolo (soprattutto quello del 9 febbraio), che mi ha conferito un potere che supera qualsiasi intermediazione. Gli è accaduto prima della votazione contro l’“immigrazione di massa” e immediatamente dopo. Ma ora il suo gruppo, fortemente diviso, gli ha consigliato una frenata. Perché anche per i Verdi il rischio di implosione è dietro l’angolo, così come il totale abbandono di tematiche, quelle ambientali, che in passato hanno avuto da loro una positiva e determinante spinta.

Di troppo populismo si rischia di implodere. E, ci sbaglieremo, i liberali radicali ticinesi sono vicini ad una seria frattura. Hanno voluto combattere la Lega sul suo stesso campo, per altro dopo vent’anni di colpevoli silenzi e tentennamenti. Ma il guaio è che lo stanno facendo, sempre più spesso, con le sue stesse armi, quelle del populismo.

Insistere da mesi sull’opportunità di disdire l’accordo sui frontalieri, sulla necessità di mettere un freno ai “confinanti” - trasformando così il tema in una sorta di birillo rosso al centro del “biliardo politico” - non ha fatto altro che sdoganare anche le tesi più malformate dei propri avversari politici, i leghisti appunto. Ma soprattutto ha posto una seria distanza tra il mondo economico, che il partito storicamente rappresenta, e quella parte meno liberista presente in egual misura tra i plrt.

Il mondo del lavoro ha subìto delle distorsioni in Ticino, ma non tali da giustificare crociate senza sosta contro gli stranieri. Lotte che non si pongono minimamente il problema di come creare futuro, posti di lavoro dignitosamente retribuiti, ricchezza.

Siamo certi che l’attuale spinta al ribasso sui salari sia data solo e soltanto dai frontalieri (il loro stipendio medio è di 4’500 franchi, mille in meno di uno svizzero) e non anche da un’economia che ha azzoppato piccole e medie imprese da sempre fragili?!

L’anima liberale del Plr, gli organismi economici e finanziari del Paese che al “partitone” fanno riferimento, non sono per nulla convinti del freno generalizzato che i vertici del Plrt vogliono porre ai lavoratori confinanti. Le loro ragioni sono semplici, giuste o sbagliate che siano: il frontalierato in molti casi ha evitato chiusure e delocalizzazioni.

Di troppo populismo si rischia di implodere, perché alzando oltremodo la bandiera dei temi più cari alla destra populista ( immigrazione, insicurezza, ingiustizie, imposte), temi che delimitano un perimetro sociale prima ancora che politico, si determina uno spostamento ideologico che mina le tradizioni dei gruppi storici, tanto quanto quelle di chi, il leghismo, sul populismo è nato e si è nutrito.