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Rassegna stampa

Dietro Arlind il vuoto? - 16 aprile 2014

di Claudio Lo Russo

Giorni tristi, questi. Incomprensibili per chiunque abbia a cuore valori irrinunciabili. Come quelli fissati un secolo fa dalla Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo, poi confluiti nella Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, ratificata dalla Svizzera. In cui con “infanzia” si intende “ogni essere umano di età inferiore a 18 anni”. Articoli che, si legge, “gli Stati parti si impegnano a rispettare”. E che indicano come ogni minore abbia diritto a “crescere in modo sano e normale” o a ricevere “protezione e soccorso”. Ma pure che la bussola di ogni decisione è “l’interesse superiore del fanciullo”; e che, articolo 10, “ogni domanda presentata da un fanciullo o dai suoi genitori in vista di entrare in uno Stato parte (…) ai fini di un ricongiungimento familiare sarà considerata con uno spirito positivo, con umanità e diligenza”.

Umanità, diligenza. Termini astratti per chi è chiamato ad applicare una norma. O a difenderla, rivelando magari una cultura dell’adolescenza mortificante. La Legge che, per la maggioranza del Consiglio di Stato, impone l’espulsione di Arlind Lokaj trova forse le sue ragioni nel nostro Codice. Di certo non in quei valori elencati sopra, che la Svizzera e il Ticino hanno fatto propri. Tanto meno nel buon senso di chi, anche se a digiuno di Diritto, vuole offrire a tutti quei giovani, ticinesi e non, che stanno costruendo il loro futuro in questo Paese, un altro modello di convivenza sociale. L’espulsione di un ragazzo di 17 anni, probabilmente, le sue ragioni non le trova nel margine di interpretabilità che ogni norma conserva; e neanche nella valutazione “umana e diligente” di tutte le circostanze particolari. Le stesse che, in altri frangenti, inducono a considerare delle eccezioni, in funzione di un “interesse superiore” (quale?). Questi sono giorni che ci riportano indietro di 50 anni. In un’epoca in cui a garantire lo sviluppo economico di questo Paese venivano chiamate “braccia” e non “esseri umani”. I quali, per tenere vicini i propri figli, dovevano nasconderli. Giorni tristi e incomprensibili, crediamo, al di là di ogni colore politico, per chiunque abbia dei figli e voglia accompagnarli nella definizione del proprio destino, aiutandoli a riconoscere quali sono i valori su cui edificarlo.

Troppo spesso adulti chiusi in una realtà asfittica, popolata di stereotipi, puntano l’indice verso gli adolescenti, incapaci di vedere o di cercare le verità di cui sono portatori. Puntano l’indice e accusano i “giovani di oggi”; cinici, materialisti, senza futuro. Ma quali sono i modelli culturali, politici, sociali di cui questi adulti senza macchia si fanno difensori? Davvero è tutta qui la cultura dell’ascolto, dell’empatia, del rispetto della dignità e dell’intelligenza (le nostre innanzitutto) che sappiamo offrire ai nostri figli? Cacciando, in nome della Legge, un ragazzino di 17 anni che qui è nato, qui ha la mamma e qui, in anni cruciali per lo sviluppo, sta costruendo il suo futuro? E per il quale quattro anni, quelli necessari a decidere di espellerlo, equivalgono a un pezzo di vita lungo e fondamentale.

Giorni tristi, si diceva. Non solo per quei ragazzi che abbiamo visto ieri, quei genitori che a Bellinzona hanno portato in piazza i loro figli. Perché non restano da dire che cose minime: di conservare quella luce, di continuare a impastare con la propria testa e il proprio cuore i mattoni su cui poggerà il proprio futuro; di continuare ad aprire i portoni della propria coscienza, come quelli della Collegiata ieri, distinguendo sempre fra “uomini e numeri”, vergognandosi di fronte alla Legge che calpesta l’umanità, come detto da don Pierangelo. Di disobbedire almeno dentro di sé; senza cedere all’opportunismo, alla bassezza, al vuoto.