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Rassegna stampa

Legge disumana: disubbidiamo - 16 aprile 2014

Pietro Martinelli contro il ‘cinismo ordinario’ del CdS. E don Regazzi: ‘Legge disumana, disobbediamo’

Arlind, in 300 urlano ‘più cuore’

di Marino Molinaro (La Regione del 16 aprile 2014)

Amici del 17enne kosovaro, politici locali e cantonali, sindacalisti, genitori con figli e nonni chiedono al governo di rivedere la decisione

Il popolo di Arlind Lokaj si anima in viale Stazione sulle note di Bob Marley e si congeda quasi due ore dopo con lo stesso brano in una Piazza Governo sferzata dal vento gelido ma riscaldata dalla speranza – per molti vana, per altri no – che qualcosa può forse cambiare nel destino del 17enne kosovaro di Giubiasco. Un giovane al quale i tribunali hanno negato il ricongiungimento familiare con la madre e il Consiglio di Stato, la scorsa settimana, ha rifiutato gli estremi per chiedere a Berna un permesso umanitario che eviti il rimpatrio. E così, mentre tra le vie della Turrita echeggia ‘One Love’ e dalle finestre dei consiglieri di Stato si affacciano donne delle pulizie incuriosite che non possono trasmettere il messaggio agli eletti, mentre il solo Manuele Bertoli attraversa la strada e si unisce alla piazza, per Arlind si aprono giorni di attesa. Fino al 30 aprile, termine ultimo fissato dalla Sezione della popolazione per lasciare la Svizzera. Attesa e speranza, che l’urlo «Ci vuole solo più cuore» lanciato dai 300 scesi ieri pomeriggio in strada, che i messaggi di solidarietà espressi da varie personalità, riescano a far breccia a Palazzo delle Orsoline convincendo il governo a rivedere la decisione presa a maggioranza 4 a 1 e motivata con nove fitte pagine indirizzate ieri al Gran Consiglio dov’è pendente la mozione dei capigruppo Ps, Ppd, Plr e Verdi a favore di Arlind. Don Pierangelo Regazzi attende il corteo sugli scalini della Collegiata. In testa il giovane kosovaro con la fidanzata Alice e la madre Hatixhe. Il sindacalista Enrico Borelli dà la parola all’arciprete e a partire non è una predica bensì un attacco «a una legge ingiusta che impedisce a una persona di stare nel Paese che ha scelto. E se la legge è ingiusta, bisogna avere il coraggio di disobbedire». Mentre la folla applaude, don Regazzi spalanca il portone della Collegiata e fa suonare le campane «per testimoniare la solidarietà della Chiesa e di tutta la cittadinanza del Ticino». Arlind ascolta commosso, come lo era lo scorso dicembre durante il primo corteo organizzato dagli amici. Indossa la maglia del Giubiasco Calcio, club in cui gioca e attorno al quale si è coalizzato il sostegno trasversale. Tanto che i compagni ogni volta che segnano sollevano la maglia mostrando il suo nome. C’è un obiettivo comune e il megafono, quando il corteo riprende verso Piazza Nosetto e Piazza Indipendenza, dove si unisce anche il sindaco Mario Branda e qualche collega di Municipio, lo urla a gran voce.

Forti e deboli

In Piazza Governo la prima a intervenire è Chiara Orelli. Legge per conto del padre Giovanni, scrittore: «La solidarietà dev’essere potenziata con la forza dell’esempio. Spero vinca la solidarietà e non la sorda chiusura». È il turno di Alice. Non la manda a dire quando accusa il governo di applicare l’eccezione solo coi più forti, «come quando permette al Fox Town di tenere aperto la domenica». Le fa eco la capogruppo Ps in Gran Consiglio, Pelin Kandemir Bordoli. Attacca «chi difende il principio della legalità ma poi troppo spesso lo dimentica in cantina». Sbuca quindi l’esile figura di Pietro Martinelli, già consigliere di Stato: «La decisione governativa su Arlind è di ordinario cinismo». Se avesse accanto una barricata, la scavalcherebbe con un balzo. «Abbiamo un governo cinico con chi non può difendersi e docile con chi detiene il potere. Però non è mai troppo tardi. Perché la legge, prevedendo l’eccezione, permette una via d’uscita». Infine è Arlind a prendere la parola. Dice che quando nel 2010 ha ritrovato sua madre a Giubiasco, gli si è accesa una luce: «In quel momento ho iniziato a scrivere il diario della mia vita, che però è stato bruciato dai tribunali e dal Consiglio di Stato». La piazza allora solleva le mani. Tengono tutte un foglio con stampato sopra un numero. Riparte l’ultimo coro: «Arlind non è un numero, è uno di noi».

I motivi del no

Svariati gli elementi esposti dal Consiglio di Stato nel messaggio col quale invita il parlamento a respingere la mozione dei capigruppo (esclusi Lega e Udc). Fra questi il fatto che in Kosovo Arlind avrebbe una rete familiare cui far capo e che nello stesso Kosovo non vi è più il rischio di persecuzione; la necessità di garantire la parità di trattamento con altri casi simili; il fatto che la domanda di ricongiungimento sia stata presentata in modo tardivo e che rasenti l’abuso di diritto ricongiungersi de facto, come successo, prima di farne richiesta alle autorità elvetiche.