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Rassegna stampa

Come le rondini - 1 aprile 2014

di Aldo Bertagni (La Regione del 1 aprile 2014)

Quasi un residente in Ticino su due ha avuto un’esperienza migratoria, diretta o indiretta. È la recente fotografia (elaborata dall’Ufficio cantonale di statistica grazie al Censimento 2010) di una realtà che fa del Cantone più a sud delle Alpi un ‘caso particolare’. Dall’identità decisamente ‘ballerina’.

Sei ragazzi che amano il rap. Una passione, una valvola di sfogo, confessano al collega del PeL. Il gruppo si chiama ‘696 Click’ e fra le canzoni che cantano ce n’è una: ‘Ticinese’. Loro, i sei ragazzi, sono tutti naturalizzati con origini italiana, spagnola, dominicana e altre ancora. Vi sentite tutti ticinesi? chiede il collega. Certo, è la risposta, «Siamo nati e cresciuti qui, è la nostra casa». Come loro, tanti altri.

“Il Ticino è terra di migranti. Poco meno di un residente su due ha un legame (più o meno diretto) con il fatto migratorio, di cui uno su tre ha vissuto un episodio migratorio in prima persona” precisa un recentissimo studio dell’Ufficio cantonale di statistica, reso pubblico ieri via online: ‘Stranieri, migrazioni e integrazione in Ticino’. Detta altrimenti, sempre a sud delle Alpi le persone che si possono considerare autoctone si fermano al 49,3 per cento del totale (140’000 cittadini su poco più di 283’000, residenti permanenti con oltre 14 anni). Se sino ad oggi erano solo sospetti, ora c’è la conferma scientifica: le cifre testé presentate fanno del cantone a sud delle Alpi un ‘caso particolare’, simile peraltro ad altre regioni di frontiera come Ginevra. La poderosa e dettagliata analisi dell’Ufficio di statistica è stata elaborata grazie ai dati raccolti col censimento 2010 – che per la prima volta ha adottato un nuovo metodo – e ci disegna una mappa decisamente inedita della realtà demografica ticinese, nonché della sua evoluzione ai tempi nostri.

Intanto il metodo. Perché si fa presto a parlare di stranieri. Se vogliamo andare oltre a quel 25 per cento residente e registrato come tale, perché senza passaporto rossocrociato, occorre – ci spiegano i ricercatori – introdurre nuove categorie, come il luogo di nascita propria e dei genitori, ma anche il grado di naturalizzazione (prima, seconda, terza generazione). E ancora, i cittadini svizzeri nati all’estero eppoi giunti in Ticino o anche gli stranieri di terza generazione. “Se tra le persone con un passato migratorio avessimo incluso anche quelle nate svizzere in Svizzera, ma con uno dei due genitori immigrato, la quota di persone con passato migratorio si avvicinerebbe addirittura al 60% dei residenti (...). Una realtà, quella ticinese, che non sembra trovare molte similitudini nelle altre regioni della Svizzera” scrivono ancora i ricercatori dell’Ufficio di statistica. Insomma qui, in questa terra, si consuma la più significativa storia elvetica di migrazione e... quasi il 63 per cento dei votanti chiede (vedi lo scorso 9 febbraio) un freno rigido alla presenza degli stranieri. Che è un po’ come dire dei propri genitori o dei propri nonni.

“L’identità di mezzo, non più stranieri ma non ancora autoctoni: il caso degli svizzeri con esperienze migratorie”.

Tornando alla ricerca dell’Ufficio di statistica, il metodo di analisi prende in considerazione tre grandi categorie: gli autoctoni senza nessun passato migratorio, gli svizzeri con passato migratorio e gli stranieri anch’essi, evidentemente, legati all’immigrazione. Particolarmente interessante, si nota, è la categoria di mezzo (gli svizzeri con esperienza migratoria, diretta o indiretta), perché mostra caratteristiche socio-economiche assai simili ai cittadini autoctoni; nel campo professionale (tipo di lavoro, settore, capacità) e in quello linguistico (l’uso dell’italiano). Somiglianze che porterebbero a ritenere un’importante integrazione formale. Al contempo però, il ‘gruppo di mezzo’ assomiglia a quello degli stranieri con un passato migratorio, soprattutto nello stato civile o nel profilo professionale.

L’identità ‘incerta’ e mobile, se così la possiamo definire, denota una propria specificità – sostiene ancora lo studio a proposito degli svizzeri con passato d’immigrazione – col conseguimento, ad esempio, di diplomi universitari tanti quanti quelli ottenuti dai ticinesi autoctoni, ma anche con un’importante percentuale di persone senza formazione post obbligatoria, come si registra tra gli stranieri tout court. Lo stesso discorso si può fare per la percentuale di proprietari e inquilini e per il bilinguismo.

Un quadro statico, definitivo? Manco per sogno. I tre gruppi sopra descritti non solo presentano altrettante situazione, stati, nel presente, ma “suggeriscono pure – indirettamente – l’esistenza di tre momenti nel tempo, tre diverse fasi che le persone possono attraversare nel proprio rapporto col territorio dove risiedono”. Detta altrimenti, ogni ‘categoria’ muta col mutare generazionale. Il figlio dell’immigrato si naturalizza e diventa svizzero? Ebbene, suo nipote (figlio di genitori svizzeri) può dirsi senz’altro ‘autoctono’.

Tornando alla categoria di mezzo, ovvero agli svizzeri con passato migratorio, la ricerca dell’Ufficio di statistica ci riporta a un passaggio di Vito Teti, professore di Etnologia all’Università della Calabria, riportato nel breve saggio ‘Maledetto Sud’. Gli emigrati, scrive l’etnologo, oscillano tra differenti concezioni ed esperienze della nostalgia e, al contempo, del presente che potrebbe essere. Sentimenti che “spesso convivono nello stesso soggetto, e così facendo cambiano se stessi, il mondo d’origine e di arrivo, modificano i luoghi d’immigrazione, mescolano il loro Sud con gli altri Nord e con i tanti Nord”. Si genera così una mescolanza della popolazione che genera confronti, conflitti, incomprensioni e diffidenze. Tutto ciò che serve, in genere, a ‘‘fabbricare’’ un’identità sempre originale. Fra simili, fra diversi e anche con chi non si ferma mai.