...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

Dal Web alla Procura - 29 marzo 2014

Il Ministero pubblico deciderà se avviare un procedimento a carico di Robbiani per il post anti-burqa

Dal web alla Procura

di Paolo Ascierto e Andrea Manna (La Regione del 29 marzo 2014)

Dopo la segnalazione di un privato. La Commissione per l’integrazione: più controlli anche sui media online.

La segnalazione c’è stata, l’incarto in Procura è stato aperto (per ora contro ignoti), ma al momento non è stato avviato alcun atto istruttorio. Bisognerà dunque attendere i prossimi giorni per sapere se l’esposto sfocerà in un procedimento formale del Ministero pubblico nei confronti del deputato leghista al Gran Consiglio, nonché municipale di Mendrisio, Massimiliano Robbiani per aver pubblicato su Facebook la foto in cui due donne in burqa erano accostate a sacchi neri della spazzatura, con la scritta “Trovate le differenze” e il commento “Ragione in più per pagare la tassa sul sacco!!!”. L’iniziativa, offensiva oltre che di pessimo gusto, del 47enne parlamentare e municipale della Lega non è certo passata inosservata. Perlomeno a chi nei giorni scorsi l’ha segnalata alla magistratura inquirente. Si tratta di un privato, che invita il Ministero pubblico a valutare se vi siano gli estremi per procedere ai sensi delle disposizioni di legge sulla discriminazione razziale. L’incarto è nelle mani del procuratore pubblico Paolo Bordoli .

L’articolo del Codice penale

Interpellato dalla ‘Regione’, il Ministero pubblico conferma di aver ricevuto la segnalazione, di cui abbiamo riferito nell’edizione di ieri. Il procedimento penale a carico di Robbiani potrebbe essere avviato in base dell’articolo 261bis (in vigore dal 1995) del Codice penale svizzero. È l’articolo appunto sulla discriminazione razziale. Secondo il quale “Chiunque incita pubblicamente all’odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione; chiunque propaga pubblicamente un’ideologia intesa a discreditare o calunniare sistematicamente i membri di una razza, etnia o religione; chiunque, nel medesimo intento, organizza o incoraggia azioni di propaganda o vi partecipa; chiunque, pubblicamente, mediante parole, scritti, immagini, gesti, vie di fatto o in modo comunque lesivo della dignità umana, discredita o discrimina una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione o, per le medesime ragioni, disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanità; chiunque rifiuta ad una persona o a un gruppo di persone, per la loro razza, etnia o religione, un servizio da lui offerto e destinato al pubblico, è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria”. Una norma «che così come concepita considera però solo determinate fattispecie e quindi espressioni forti, per non dire scioccanti, non necessariamente rientrano nel campo d’applicazione del 261bis, tant’è che le condanne pronunciate in Svizzera in virtù di questo articolo del Codice penale sono finora molto poche: una quindicina all’anno», rileva il presidente della Commissione cantonale per l’integrazione degli stranieri, l’avvocato e già procuratore pubblico Mario Branda . Il che comunque «lascia immutata la gravità, perlomeno sul piano etico, di quelle espressioni», aggiunge Branda parlando in termini generali. Espressioni «che alimentano odio verso la popolazione non residente e che troviamo soprattutto online: mi riferisco ai social network così come ai blog, pubblicati da siti informativi, che si scatenano ogni volta che appare una notizia sugli stranieri». Secondo il presidente della Commissione per l’integrazione, occorre che da parte dei media online «vi sia maggiore responsabilità e dunque più attenzione nel divulgare opinioni i cui contenuti lasciano esterrefatti».