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Rassegna stampa

Il razzismo sul posto di lavoro - 27 marzo 2014

di Pedro da Costa, già collaboratore del delegato all’integrazione degli stranieri
(La Regione del 27 marzo 2014)

Il razzismo e la discriminazione razziale sul posto di lavoro sono una realtà. Il fatto che non se ne parli non significa che non esistono. Le testimonianze dei quadri e di molti lavoratori immigrati, raccolte da Travail Suisse nella ricerca sull’integrazione sul posto di lavoro, mostrano la presenza di discriminazioni in tutti gli ambiti lavorativi. Spesso non intenzionali, sono frutto dell’ignoranza, della stupidità, dei pregiudizi oppure generate da ragioni d’ordine strutturale. Si possono dunque combattere: ci sono due buoni motivi per farlo.

Prima di tutto combattere il razzismo e la discriminazione sociale è un dovere morale, poiché si tratta di una violazione fondamentale dei diritti dell’uomo. Il principio della non discriminazione è d’altronde garantito da diverse convenzioni internazionali, dall’Onu e dalla nostra Costituzione federale.

In secondo luogo vi sono motivi d’ordine sociale: la discriminazione razziale spreca il potenziale delle risorse umane e fragilizza il tessuto sociale.

Lottare contro il razzismo e la discriminazione razziale nel mondo del lavoro è un compito essenziale, non solo perché sul posto di lavoro il problema esiste, ma anche perché questo è un luogo privilegiato d’integrazione. Questa è realmente possibile soltanto prevenendo le discriminazioni e garantendo parità di trattamento. La discriminazione è un trattamento impari fondato su un criterio illegittimo. Altrimenti detto: trattare diversamente una persona in base al sesso, la nazionalità, la lingua, il colore della pelle ecc. Altre discriminazioni nel mondo del lavoro riguardano l’età (giovani, anziani) o l’handicap. “Se prendiamo in considerazione tutte le forme di razzismo – contro gli ebrei, gli africani, gli arabi – ci rendiamo conto che sono il frutto di un’elaborazione intellettuale. È attraverso dei concetti, delle idee e delle teorie che il razzismo si diffonde”. Il razzismo più difficile da combattere è quello che non si vede, quello più profondo, esattamente come un iceberg. E da sola la denuncia non basta più. È tempo di lavorare sugli aspetti d’identità e culturali. Occorre lavorare sulla costruzione di identità culturali che non siano più rigide, ma che rispondano ai principi del multiculturalismo. Senza dimenticare che una delle cause profonde che sta dietro al fenomeno xenofobo è di natura intellettuale. In Europa molti pensatori (Hegel a Voltaire su tutti) hanno teorizzato la superiorità di una razza rispetto a un’altra. Per la discriminazione in materia d’impiego e nelle professioni, ricordiamo la convenzione 111 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), che così definisce la discriminazione: «Ogni distinzione, esclusione o preferenza fondata sulla razza, il colore, il sesso, la religione, l’opinione politica, la discendenza nazionale o l’origine sociale, che ha per effetto di negare o di alterare l’uguaglianza di possibilità o di trattamento in materia d’impiego o di professione».

Per sentirsi spiriti a identificarsi con la società, gli immigrati devono potersi riconoscere nelle istituzioni. La presenza d’immigrati tra gli effettivi delle istituzioni pubbliche è un fattore di riconoscimento nei loro confronti e di normalizzazione della coabitazione.