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Rassegna stampa

Ci siamo picchiati la zappa sui piedi - 14 marzo 2014

L’opinione

Beat Allenbach (Corriere del Ticino del 14 marzo 2014)

Quanto tempo durerà l’euforia e la soddisfazione espresse da molti ticinesi per il massiccio sì all’iniziativa contro l’immigrazione di massa? Col tempo si realizzerà che la situazione per la popolazione ticinese e per quella svizzera diventerà più difficile e più insicura. Infatti sarà arduo attuare quell’iniziativa senza rompere,unilateralmente, l’accordo con l’Unione Europea (UE). Inoltre, in seguito alla votazione del 9 febbraio la Svizzera non potrà estendere la libera circolazione delle persone alla Croazia.

Le conseguenze di un sì, i cittadini li conoscevano prima della votazione, adesso, però, cominciano a farsi sentire.

L’iniziativa, accettata a livello svizzero per pochi voti, ma pur sempre accolta, si chiama «contro l’immigrazione di massa». Tuttavia non garantisce una forte riduzione dell’immigrazione poiché non contiene nessuna cifra relativa al tetto massimo di stranieri; inoltre il nuovo testo ancorato nella Costituzione dice che i contingenti annuali per i lavoratori stranieri devono essere stabiliti «in funzione degli interessi globali dell’economia svizzera e nel rispetto del principio di preferenza agli Svizzeri». Se in tempi di buona congiuntura si fissano i contingenti per i nuovi lavoratori dall’estero nell’interesse delle aziende, allora non arriveranno molti immigrati meno di oggi. I ticinesi si sono preoccupati soprattutto per il numero dei frontalieri in continua crescita e della sostituzione di ticinesi con immigrati a costo inferiore. Ci chiediamo: l’iniziativa dell’Udc fornisce gli strumenti idonei per combattere i due fenomeni qui sopra elencati?

Temo proprio di no. Ridurre p.e. il numero dei frontalieri attraverso un contingente di 10.000 o 20.000mila frontalieri in meno di oggi, creerebbe una tale confusione nell’economia, per cui nessuno vorrà assumersi le responsabilità per un tale taglio.

Una diminuzione che non provochi forti contraccolpi può essere raggiunta solo lentamente e questo, penso, lo capiranno anche i fautori della nuova norma della Costituzione. Inoltre dovrà avvenire in collaborazione con le associazioni degli imprenditori, i sindacati, il cantone e la Confederazione.

Questo dimostra che i nodi da sciogliere sono tanti, sarà un difficile compito per il Ticino e per la Svizzera.

Il malessere forte in Ticino – più tenue negli altri cantoni – è stato alimentato, l’abbiamo già scritto qui sopra, dal dumping salariale e dalla sostituzione di persone residenti in Svizzera con nuovi immigrati. Altri motivi del malcontento erano inoltre la crescita economica incontrollata – che richiede appunto più lavoratori dall’estero –, la continua cementificazione, si vada in giro nel Sottoceneri –, l’aumento del traffico. Come ci aiuta l’iniziativa dell’Udc a risolvere o mitigare tutti questi problemi? Le preoccupazioni che hanno fatto pendere la bilancia verso il sì non sono nuove, sono cresciute da parecchi anni. Mi sorprende perciò che partiti, imprenditori e sindacati siano rimasti per tanto tempo spettatori del degrado che penalizza i lavoratori ticinesi e gli stranieri residenti. Ma non ho visto un vero sforzo comune dei partiti e dei sindacati per intavolare delle trattative serie con le associazioni imprenditoriali con lo scopo che queste ultime si sarebbero impegnate a raccomandare, fermamente, ai loro membri di non sostituire mano d’opera indigena con nuovi immigrati o con frontalieri. Non mi illudo che così si sarebbe risolto il problema, tuttavia un parziale successo sarebbe stato possibile.

Mi sorprende inoltre che i partiti, i sindacati e la associazioni padronali non abbiano, da tempo, tentato di stimolare l’interesse dei giovani in Ticino a seguire la formazione professionale nell’industria e in altri settori tramite specifiche campagne a largo raggio. Perché non hanno sostenuto, con più impegno e i necessari fondi, la specializzazione dopo l’apprendistato?

Noi svizzeri siamo orgogliosi, a giusta ragione, della nostra formazione professionale, perciò mi sembra troppo comodo il ritornello da parte dei datori di lavoro dell’industria e di altri settori che non si trovino gli specialisti idonei da noi.

Le imprese hanno anche il compito di incentivare i loro dipendenti a specializzarsi e ad aiutarli finanziariamente, congiuntamente con le istituzioni di formazione.

Era ed è quindi troppo facile ricorrere a personale specializzato dall’estero.

I ticinesi deplorano inoltre che Berna non conosca la loro difficile situazione di cantone periferico e la complessa vicinanza con l’Italia, paese centralista e burocratico, afflitto da tempo da una crisi politica ed economica.

Effettivamente si ha l’impressione che soprattutto nei Dipartimenti dell’economia e in quello delle Finanze non si veda o non si voglia vedere la situazione particolare del Ticino che si incunea nell’Italia. Tutta colpa della Confederazione? Ne dubito. Ricordiamo che c’è una Deputazione ticinese alle camere federali (negli altri cantoni non esiste questo organismo), che può chiedere di essere sentita presso l’amministrazione federale e i consiglieri federali, poi quasi tutti i parlamentari federali hanno «i loro» Consiglieri federali; inoltre per lungo tempo Fulvio Pelli è stato capogruppo e presidente dei liberali, quindi poteva ottenere l’ascolto abbastanza facilmente da parte dei membri del governo e dei loro collaboratori più stretti.

Riguardo l’Italia e l’Europa il Ticino non è mal rappresentato. Da anni, i nostri ambasciatori a Roma sono spesso ticinesi, anche l’ambasciatore svizzero presso l’UE è ticinese e lo era già in passato. Quindi i canali per far passare le informazioni esistevano ed esistono, ma probabilmente non sono stati sfruttati al meglio. È quindi troppo facile lamentarsi continuamente di Berna, è anche fuorviante. Inoltre la richiesta per uno statuto speciale del Ticino da parte di una debole maggioranza del Gran Consiglio, addirittura con l’aiuto dei socialisti: non è altro che una messinscena, che oltralpe non fa sicuramente aumentare la considerazione per il Ticino. Perché non concentrare le energie in Ticino per trovare di comune accordo delle risposte ai problemi concreti che assillano questo cantone. Ciò potrà ridare un po’ di fiducia e di ottimismo che al momento manca.