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Rassegna stampa

Quando Berna sembra lontana - 17 marzo 2014

di Luciana Caglio (Azione del 17 marzo 2014)

Appena sbarcata all’aeroporto di Agno, la ministra delle finanze,Eveline Widmer-Schlumpf, viene accolta con un coro di fischi. Un municipale del Mendrisiotto si fa fotografare mentre straccia la bolletta dell’imposta federale: un gesto che ricalca quello, ormai storico, del Nano che, con le cedole per il pagamento del canone radio-tv, faceva aeroplanini. E raccomandava di imitarlo.

Mentre commemorando, a un anno di distanza, la scomparsa dell’inimitabile fondatore della Lega, Blocher e Borghezio, in lingue e toni diversi, invitano alla difesa di un’identità in pericolo, una ticinesità offesa da Berna e da Bruxelles.

Tira, insomma, aria di protesta ma non soltanto tra le file di un partito dall’anima movimentista, sempre pronto a cogliere i malumori popolari. È qualcosa che si respira trasversalmente in tutti i partiti e anche al di fuori dell’ambito politico, in un Paese dove si sono risvegliati i sentimenti tipici, e in fondo naturali, di ogni minoranza: l’isolamento, l’estraneità, l’avvilimento, la propensione al vittimismo. Se ne fanno portavoce alle Camere federali i nostri deputati che, al di là delle ideologie, sollecitano l’attenzione di una maggioranza, spesso distratta nei confronti di quel 4 per cento della popolazione che risiede al sud delle Alpi. In un triangolo, favorito dal paesaggio e dal clima, ma oggi alle prese con uno sviluppo affrettato e dagli effetti controproducenti: che è giusto denunciare, anche per spiegare il risultato del 9 febbraio. Una situazione reale, da far conoscere, senza però esasperarne la portata in termini catastrofici. Ed è, invece, quel che sta avvenendo.

Si assumono atteggiamenti aggressivi e insieme lamentosi da vittime di una congiura di palazzo. Come dire Berna ce l’ha con noi,Berna non ci ascolta, non ci capisce. E allora si auspicano rimedi fantasiosi o estremi: un non ben chiaro «statuto speciale» per una regione svizzera sì, ma a modo suo, o addirittura l’indipendenza politica da una Confederazione, di cui ci si sente sudditi e non cittadini.

Niente di veramente nuovo in tutto ciò. Anzi si riesuma un vecchio fantasma: le rivendicazioni ticinesi a Berna, diventate persino proverbiali, il simbolo di richieste legittime o campate in aria. Dietro le quali si ritrovano proprio i malumori e i timori di una minoranza che si sente assediata. A minacciare l’integrità linguistica e culturale del Cantone erano stati, nell’ultimo dopoguerra, gli svizzeri-tedeschi e i germanici, spesso anziani benestanti, che si erano stabiliti sulle rive dei nostri laghi o nelle valli. Di fronte a quest’invasione si corse ai ripari, istituendo nel 1959 un «Comitato d’azione per la difesa del Ticino», sigla DDT. «Di buon auspicio», come doveva commentare Guido Calgari, figura di ticinese e confederato, a suo modo esemplare. Con lucidità aveva riconosciuto la necessità di reagire a quell’invasione germanofona, di cui, però, responsabili erano i ticinesi stessi: «Che stavano vendendo, o svendendo, il loro Paese».Ora, cambiano i protagonisti,ma c’è sempre un intruso di turno, il pensionato tedesco di ieri e, adesso, il frontaliero lombardo o il nuovo ricco russo. Ma c’è sempre, ovviamente, un ticinese, cittadino privato, imprenditore, o quant’altro, che lo accoglie perché gli serve o ne ricava un tornaconto.

Ogni rapporto implica, inevitabilmente, due parti in causa. Anche fra Ticino e Berna, la disattenzione e l’insensibilità sono reciproche. La capitale sembra lontana per motivi oggettivi: è la sede di un potere e di un’autorità che possono mettere in soggezione. Ma lo è diventata anche per motivi soggettivi:Berna, e più in generale la Svizzera d’oltre Gottardo, sembrano lontane perché così molti ticinesi hanno deciso di considerarle, escludendole dalle loro curiosità e simpatie. Non ci vanno, non ne leggono i giornali, non ne vedono i programmi televisivi (colpa, sia detto, anche dell’imperante «schwyzerdüsch»).E avevano persino ignorato l’apporto culturale di scrittori e artisti, soprattutto germanofoni, che crearono preziose isole d’avanguardia, dal Monte Verità alla Collina d’Oro, oggi riscoperte. Perché questo è il Ticino da salvare. Non solo polenta-brasato e grottini (gestiti da slavi), non solo il piacere di ritrovarsi fra «soci». Per fortuna ce n’è un altro che, grazie a Berna, ha assorbito i fermenti delle diversità.

Diceva ancora Calgari: «Siamo una terra d’incontri e transiti. Se non fossimo svizzeri, saremmo una parte qualunque di provincia. La difficoltà del nostro Paese è che conta pochi veri amici da una parte e dall’altra». Rari a Berna, inesistenti a Roma.