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Rassegna stampa

Le radici ticinesi del fenomeno frontalieri - 24 febbraio 2014

di Peter Schiesser (Azione del 24 febbraio 2014)

Racconta un’amica, insegnante in una scuola professionale, che la stragrande maggioranza dei suoi allievi ha votato in favore dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa. «Soressa, vogliamo difendere i nostri posti di lavoro, i nostri datori di lavoro minacciano di licenziarci e assumere dei frontalieri, pagandoli meno».

Un segnale di rottura tutto ticinese nel mondo del lavoro, fra padrone e dipendente.

Una conoscente, che ha votato sì, mi dice di non aver nulla contro gli italiani, ma ora ritiene che il mondo del lavoro ne risenta troppo, anche se un tempo chiamò una ditta italiana per dei lavori in casa.

Inoltre, nel suo comune di frontiera non c’è quasi più spazio verde, sacrificato a nuove fabbriche, alcune delle quali con capitale e personale tutto straniero. Il suo sì è da leggere anche, mi dice, come un no a un certo mondo padronale e a certe autorità locali che hanno svenduto senza contropartita per la popolazione locale il suolo patrio a ditte estere. Un segnale di rottura tutto ticinese fra autorità e cittadinanza, per come viene utilizzato il suolo e contro una politica economica senza ricadute positive per la popolazione locale.

Racconta un’amica di un colloquio udito fra un sostenitore dell’iniziativa e un amico. Il primo chiede al secondo di poter portare degli scarti vegetali nella discarica del secondo; questi risponde di farla portare dal giardiniere nella discarica pubblica, ma il primo ribatte che no, non può, perché ha assoldato in nero un giardiniere italiano. Un problema tutto ticinese di coerenza (il voto contro gli stranieri non costa, il giardiniere ticinese sì, quello italiano, in nero, molto meno).

Potremmo aggiungere altri racconti, di chi ritiene responsabili gli stranieri del fatto che il tal amico e/o parente non trova lavoro, ma fermiamoci qui: i casi descritti sopra sono indicatori di problemi reali, che hanno spinto queste e altre persone a votare sì all’iniziativa dell’UDC, a voler coagulare contro un elemento esterno (i lavoratori stranieri) un disagio che, onestamente, ha delle radici interne, locali, ticinesi: è il datore di lavoro ticinese che, volendo spendere meno, assume un frontaliere (laddove non vi siano motivi di disponibilità di una specifica mano d’opera); è l’autorità e/o il legislatore ticinese che permette di svendere terreno per l’edificazione di fabbriche che possono stare in piedi solo pagando una miseria i frontalieri; è cittadino ticinese chi vota contro l’immigrazione straniera e però vuole spendere meno assoldando un padroncino o un lavoratore italiano (o facendo acquisti in Italia). Eppure, è molto più facile puntare il dito contro «l’offerta» (i lavoratori stranieri) che contro «la domanda» (di mano d’opera a prezzi stracciati), tutta ticinese. È una costante umana: il male viene proiettato al di fuori di noi. Vale per la psiche del singolo individuo (lo riconobbe Freud), vale anche per la psiche collettiva.

E naturalmente, le forze politiche ticinesi che intendono cavalcare l’onda anti-libera-circolazione hanno tutto l’interesse a «esternalizzare» i problemi e oggi chiedono a Berna uno «statuto speciale»per il Ticino  (leggasi in proposito la riflessione in chiave storica di Angelo Rossi a pagina27).Ma davvero vogliamo chiedere a Berna di cavare le nostre castagne dal fuoco, addossare alla Berna federale la responsabilità di risolvere dei problemi di cui in buona misura siamo responsabili noi?

I problemi sorti con la libera circolazione in Ticino sono reali, o perlomeno percepiti come tali. Restare ciechi di fronte alle responsabilità locali – collettive e individuali – e demandare le soluzioni ad altri non aiuta a risolvere i problemi. E mandare a monte gli accordi bilaterali con l’Ue è forse più facile che affrontare i problemi in casa propria e tentare di creare un nuovo «patto sociale».