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Rassegna stampa

Yasin deve restare - 17 febbraio 2014

Yasin deve restare

Ticino libero del 17 febbraio 2014

BELLINZONA – Sono davvero molte le personalità che hanno voluto mandare un loro personale appello di solidarietà per Yasin Rahmany, il giovane 23enne curdo iraniano espulso dal nostro paese sulla base di un documento di dubbia provenienza. Dopo la manifestazione di sabato (guarda la gallery), dove almeno duecento persone hanno voluto sottolineare quanto il giovane si sia integrato nella nostra comunità, pubblichiamo gli appelli di diverse personalità in suo sostegno.

Dall’ex consigliere di Stato Pietro Martinelli al granconsigliere UDC Orlando Del Don, da Padre Callisto all’economista Sergio Rossi, da Massimiliano Ay a Giuseppe Sergi, dall’arbitro Massimo Busacca alla consigliera nazionale Marina Carobbio, da Giancarlo Nava alla capogruppo socialista in Gran Consiglio Pelin Kandemir Bordoli, e ancora Michel Venturelli, Luigi Zanolli, Anna Biscossa, Chiara Orelli Vassere.

A questi si aggiunge Jacques Ducry, attualmente all’estero, che ha voluto esprimere al nostro portale il suo sostegno al giovane Yasin.

Ora la palla passa al Consiglio di Stato, chiamato ad esprimere un gesto di solidarietà verso il ragazzo espulso, permettendogli di rimanere in Svizzera.

Sergio Rossi, professore ordinario di economia nell’Università di Friburgo
«Yasin Rahmany merita senza dubbio di continuare a risiedere nel Ticino, dove si è formato con degli ottimi risultati scolastici e dove è attivo professionalmente con un contratto a tempo indeterminato, che testimonia l’apprezzamento nei suoi confronti da parte del proprio datore di lavoro. La lentezza con cui le autorità federali hanno trattato il suo caso, rifiutando la sua domanda di asilo dopo quattro anni da quando fu depositata, è un ulteriore motivo, sul piano morale prima che a livello giuridico, a supporto della richiesta di Yasin Rahmany di poter restare in Svizzera, un Paese che egli onora con il proprio lavoro e nel quale ha dimostrato di essersi bene integrato».

Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana e consigliere comunale di Bellinzona
«Che Yasin sia considerato un rifugiato economico o un migrante economico, non cambia la sostanza delle cose: per me ogni persona che desidera vivere in Svizzera, che qui si è integrato sviluppando delle amicizie, diplomandosi e contribuendo anche al benessere economico della collettività, dovrebbe avere il diritto di disporre di un permesso. Non esistono esseri umani illegali e dobbiamo anzi favorire l’amicizia e la cooperazione fra i popoli».

Giuseppe Sergi, presidente del Movimento per il socialismo e docente di italiano presso Liceo di Bellinzona
«Situazioni come quella di Yasin sono il risultato di una politica degli stranieri e dell’asilo che nel nostro paese, in questi ultimi quindici anni, ha sempre più rimesso in discussione e negato diritti fondamentali. Battersi a sostegno di Yasin, come è già stato per Arlind e come deve essere per molti altri casi, individualmente e collettivamente, è un modo per ribadire diritti fondamentali che un paese democratico non può continuare a calpestare. Nel caso di Yasin mi pare che vi siano tutte le ragioni a sostegno del suo diritto a poter continuare a vivere e lavorare in questo paese. Sosteniamolo!».

Giancarlo Nava, ex direttore di Scuola media
«Dopo 6 anni di permanenza in Svizzera e dopo essersi integrato completamente, con un posto di lavoro sicuro, Yasin non merita di essere espulso. Le autorità svizzere non possono applicare in modo rigido le leggi, ma devono tener conto di tutte le circostanze. Questa espulsione, se eseguita, sarebbe contraria allo spirito di accoglienza e di solidarietà che dovrebbe animarci».

Chiara Orelli Vassere, direttrice SOS Ticino
«Ognuno di noi è fatto della propria storia, delle radici familiari e della nascita, e del percorso che la vita gli costruisce, a volte lineare e agevole, altre meno. In alcuni casi queste due anime, storia e destino, passato e futuro, sono l’uno la continuità dell’altro. In altri casi no, come per Yasin. Yasin è nato altrove: ma da tanti anni è qui, in mezzo a noi, e con noi vive, lavora, conduce la sua esistenza sociale, affettiva e di riferimenti. Ora Yasin deve partire: deve tornare dove è nato e dove ha trascorso parte della sua vita. Ma il viaggio della vita non è una linea continua il cui senso rimane inalterato anche se se ne inverte la direzione, l’orientamento: è una costruzione passo per passo, e non si azzerano parti del proprio cammino, della propria esperienza. Yasin è certo quello che era nel suo paese di origine: ma unito, in una persona nuova, con quanto è divenuto qui, vivendo in mezzo a noi e condividendo con noi desideri, aspirazioni, bisogni. Io spero che Yasin, come moltissimi altri che ne condividono la sorte e che sono ombre, silenziose figure dietro le quali si celano altrettante storie e altrettanti destini, possa continuare a vivere qui, dove desidera stare e dove ha trovato la sua dimensione di vita. Se il sentimento di giustizia e umanità ha un senso, lo si può, lo si deve praticare dando a Yasin una possibilità molto semplice, e che troppi non hanno. Quella di vivere, in onestà e dignità, dove destino e storia ti hanno portato: dove sei stato capace di costruirti un io che è un tu per gli altri, e che vive, con noi, in una comunità che ci affratella tutti».

Marina Carobbio Guscetti, consigliera nazionale
«Yasin Ramhany ha 23 anni, vive in Svizzera da sei anni, dopo essere fuggito dall’Iran a 17 anni. La stessa età che ha oggi mio figlio. In questi sei anni ha fatto una formazione come parrucchiere, lavora versando il 10% del suo stipendio ogni mese per rimborsare quanto ha ricevuto dal nostro paese. Ora Yasin arrischia di dover tornare nel suo paese dove sarebbe perseguitato. Eppure potrebbe beneficiare di un permesso umanitario per poter restare in Svizzera. Ecco perché, come politica ma anche come madre, mi aspetto che l’autorità cantonale preposta compia questo gesto a carattere umanitario permettendo a Yasin di continuare a stare nella nostra comunità dove si è ben integrato».

Pietro Martinelli, ex consigliere di Stato
«Mi ricordo che, quando ero in Consiglio di Stato ogni tanto si discutevano dei casi di richiedenti d’asilo che si trovavano in Svizzera da più di 5 anni, che si erano bene integrati per cui la loro espulsione appariva un atto burocratico inutilmente crudele. In quei casi il Cantone poteva (e, per quanto mi è dato di sapere, può ancora oggi) sollecitare un permesso di dimora anche se esiste una decisione negativa cresciuta in giudicato. Ricordo che ancora nell’ultima seduta del governo cui ho preso parte (aprile 1999) con i colleghi avevamo deciso di procedere in questo senso per tre casi, chiamati “casi di rigore”. Mi sembra che il caso di Yasin Rahmany rientri in questa casistica: è qui da 6 anni, parla la nostra lingua, ha conseguito il diploma federale come parrucchiere, lavora, paga le tasse, sta restituendo alla Confederazione quello che è costato nei primi mesi della sua permanenza in Svizzera, e ha da noi solidi legami affettivi. Un quadro molto positivo indipendentemente dai motivi per i quali ha lasciato il suo paese che, per spingerlo a un tale passo, non potevano non essere drammatici. Trattare questo caso come “un caso di rigore” mi sembra contemporaneamente un atto di giustizia e di umanità. Due valori che non sempre si riesce a conciliare».

Massimo Busacca, presidente degli arbirtri di FIFA
«Conosco Yasin da molto tempo.
Ha lavorato e tutt’ora lavora come parrucchiere nel Salone di mia zia.
È un ragazzo molto educato, rispettoso e orgoglioso di vivere nel nostro Paese.
Una persona di poche parole che ha dimostrato un comportamento esemplare in tutti questi anni.
Si è bene integrato, ha frequentato un apprendistato e ha conseguito un diploma federale con buoni voti.
Ha sempre amato il nostro Paese.
Condizioni per le quali non dobbiamo assolutamente permettere che venga espulso dalla Svizzera che è sensibile in queste circostanze.
Non possiamo generalizzare; è un caso che va valutato singolarmente e analizzato nei suoi contenuti.
Il nostro Paese è stato fondato su dei principi di lealtà, rispetto verso i cittadini e attenzione al prossimo.
Mandarlo via vorrebbe dire venire meno a questi importanti principi.
Chi merita e ama il nostro Paese rimane, chi non lo rispetta no».

Michel Venturelli, criminologo
«L’esempio vien dall’alto. Perché fare, o lasciar fare, ai figli degli altri quello che non vorresti si facesse ai tuoi? La domanda sorge spontanea pensando al caso di Yasin; arrivato in Svizzera ancora minorenne le nostre autorità ci hanno messo più di 1/4 della sua vita a dirgli che entro la fine di febbraio se ne deve andare. Se ne deve andare anche se è perfettamente integrato, non ha commesso reati e non pesa sulla comunità. Un perfetto svizzero verrebbe da dire, se non fosse che è iraniano e che le autorità svizzere – sempre più autoritarie, sempre meno autorevoli – dopo avergli lasciato trascorrere 6 dei suoi 23 anni qui, di lui non ne vogliono più sapere.
Bel modo di comportarsi con il figlio di qualcun altro. Pessimo esempio per i miei di figli, a cui non so cosa dire per spiegare un comportamento a dir poco irresponsabile».

Pelin Kandemir Bordoli, capogruppo in Gran Consiglio del Partito Socialista
«Yasin, un giovane che ha dovuto abbandonare la sua terra e i suoi cari per cercare protezione e asilo in Svizzera. Affrontando le difficoltà che si impongono a chi deve immigrare, Yasin si è impegnato e ha affrontato con determinazione questa situazione. Non sapeva una parola d’italiano, non conosceva il Ticino e i suoi abitanti, si è ritrovato solo ad affrontare un nuovo mondo e a dover ricostruire la propria vita in un nuovo Paese. Di fronte a queste difficoltà Yasin ha reagito con forza e determinazione, ha imparato l’italiano, ha imparato a conoscere e rispettare persone e istituzioni, si è formato in Ticino e oggi lavora e partecipa alla nostra Comunità come uno di noi. Anzi Yasin è uno di noi e merita, come altri ragazzi nella sua situazione, tutto il nostro sostegno affinché possa restare in Svizzera e continuare a costruire il proprio futuro con coraggio e serenità circondato dall’affetto dei suoi amici che si stanno battendo in prima linea per lui».

Padre Callisto, cappuccino
«Quando domenica 9 febbraio si è presentato da me un gruppetto di giovani per chiedere il sostegno di Yasin, sono sorti in me due sentimenti.
1. Ci sono ancora dei giovani che credono nell’amicizia, nell’aiuto ai compagni, nella solidarietà verso chi nella vita non è stato fortunato e ha vissuto nel pericolo. Deludere questi giovani è fare aumentare la mancanza di fiducia nelle autorità se si dimostrassero così sorde alla voce di aiuto per i profughi.
2. Ancora più forte sentimento, dopo un colloquio con Yasin e i suoi giovani amici, è quello di solidarietà verso questo ragazzo, da sei anni fra noi e che si è dato la pena di far tutto per integrarsi: imparare una delle nostre lingue, procurarsi un mestiere. In un paese che facilmente accetta stranieri campioni di calcio, finanzieri che “sporcano” le nostre banche con soldi nascosti al fisco dei loro paesi, che non conoscono la Svizzera e non s’impegnano per una loro integrazione, rifiutare asilo politico a chi lavora onestamente e cerca di crearsi da noi un futuro mi sembra una grave ingiustizia.
Infine come frate (fratello) e come sacerdote mi sovvengono le parole di Cristo, mio Maestro: “Ero forestiero e mi avete accolto”».

Orlando Del Don, granconsigliere, psicoanalista e docente universitario
«Casi come questi stanno diventando emblematici di come non si possono risolvere queste situazione in modo impersonale e burocratico, applicando alla lettera e in in modo acritico un regolamento, un codice o un articolo di legge.
Una società democratica, responsabile e indipendente come la nostra non può tollerare ingiustizie in nome di nessun principio!
Al centro del nostro operare e del senso del nostro esistere vi deve essere sempre l’Essere dell’Uomo, la sua soggettività, il suo dramma esistenziale, il suo dolore e la sua parabola esistenziale.
Nel caso specifico questo bravo giovane deve poter continuare a vivere nel nostro Paese.
È un’assurdità che si invochi l’espulsione di giovani integrati, virtuosi, capaci e beneamati da tutti nel nostro Paese e si tengano e mantengano invece criminali e/o opportunisti delle peggior specie.
Yasin deve poter continuare la sua vita nel nostro Paese».

Anna Biscossa, docente ed ex presidente del Partito socialista ticinese
«Yasin è un ragazzo che ha dimostrato nei fatti la sua capacità e la sua volontà di ricostruirsi una vita nel nostro Paese, conquistando, passo dopo passo, una formazione, un lavoro, un suo posto nella nostra società. L’ha fatto mettendoci fatica, molto lavoro, un notevole impegno, una grande apertura culturale e umana. Yasin inoltre proviene da un Paese dove le tensioni politiche sono oggettivamente grandi e i diritti democratici sono ben lungi dal trovare cittadinanza piena.
Per tutti questi motivi non posso che chiedere al nostro Cantone un gesto di solidarietà e di umanità, tenendo soprattutto conto del fatto che siamo il Paese che per molti anni è stato il paladino e nel contempo un autorevole referente internazionale del rispetto dei diritti dei popoli e in particolare delle persone che vivono condizioni di pericolo e di violenza.
Yasin lo merita. Credo che a noi spetti il dovere di ripagare gli sforzi da lui fatti con un gesto umanitario».

Luigi Zanolli, professore
«Egregi Signori, mi risulta abbastanza incomprensibile il rifiuto d’asilo al giovane… dopo sei anni della sua permanenza sul nostro territorio, ineccepibile nel comportamento e dimostrando la massima disponibilità a motivarsi nella vita lavorativa per non dipendere dall’assistenza pubblica.
Chiedo di rivedere la crudele decisione nel rispetto dello spirito di umanità che distingue la Confederazione».

Jacques Ducry, ex procuratore pubblico ed ex granconsigliere
«Il Tribunale federale amministrativo ha respinto il ricorso di Yasin per poter rimanere in Svizzera, dopo parecchi anni di studi e lavoro. Tuttavia ritengo che ci possano essere le premesse affinché lui resti in Ticino, visto che per di più sta rimborsando quanto ricevuto dalla collettività durante i suoi primi anni di permanenza. L’aspetto giuridico su cui sembra fondata la decisione del tribunale è relativo ad un procedimento penale in Iran. Non penso che questo ragazzo debba subire le conseguenze di un procedimento in Iran, un paese dove le libertà personali non sono particolarmente rispettate. La Svizzera è sempre stata terra d’asilo, anche se purtroppo le norme sono state aggravate, non da ultimo con la votazione di domenica scorsa. Avendo applicato per molto tempo le norme penali, essendomi dedicato per parecchi lustri alla difesa dei più deboli, aderisco a questo appello, oltretutto prendendo atto che ben quattro capigruppo in Gran Consiglio hanno chiesto al governo di poter essere ancora terra d’asilo per persone che, per quanto ci riguarda, non hanno commesso reati, non hanno commesso nulla contro la nostra comunità, e si sono comportati in modo corretto. Siamo terra della Croce Rossa, dovremmo anche in questo caso essere terra d’accoglienza per lui, in ossequio anche ai principi sanciti dalla Costituzione. Principi di solidarietà, di umanesimo e di rispetto altrui».