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Rassegna stampa

Cittadinanza culturale - 13 febbraio 2014

di Carlo Piccardi (La Regione Ticino del 13 febbraio 2014)

Il martellamento settimanale riservato dal ‘Mattino della domenica’ al Lac luganese ha subìto un salto di qualità. Se finora gli strali del foglio leghista erano lanciati in base a motivazioni politiche in un confronto tra partiti, dall’intervento apparso il 9 febbraio firmato da Jean Olaniszyn (curatore del Centro Culturale “Il Rivellino”) nella diatriba assistiamo alla discesa in campo di uomini di cultura schierati politicamente. Non che sul problema non ci siano stati finora interventi critici (almeno di singoli intellettuali), ma nel caso specifico è la prima volta che la questione viene posta in termini in cui i principi culturali di riferimento sono ricondotti all’appartenenza partitica. Nell’intervista, sotto il titolo “Il Lac? Cattedrale nel deserto”, alla domanda riguardante le “associazioni di sinistra” che fanno cultura chiedendo i soldi all’ente pubblico, Olaniszyn risponde: “Noi come leghisti abbiamo dimostrato che si può produrre cultura senza gravare sui contribuenti”. E tale professione di fede partitica è rinforzata dall’elogio di “Poestate”, chiamando in causa la sua animatrice, Armida Demarta, membro della Commissione culturale cantonale risaputa essere in quota della Lega dei Ticinesi. Ora, che la cultura si possa declinare in varie tendenze, anche in base all’orientamento politico, è scontato. Ma che da qui si passi al dichiarato assoggettamento partitico, sottraendo le posizioni a una libera dialettica e a un aperto dialogo condotto in funzione del potenziamento dei valori culturali che concernono tutti indistintamente, c’è di che preoccuparsi. La preoccupazione non riguarda solo il palese scadimento in una forma di concorrenza al seguito di interessi di bottega, tra organizzazioni che dovrebbero invece concepire la cultura come bene comune e disporsi alla collaborazione (rivelato dal suo svilimento in un discorso esclusivamente quantitativo di costi e di misura del numero di frequentatori di manifestazioni). Oltre al mantra dei “10 visitatori al giorno” del Museo delle culture, Olaniszyn si spinge infatti fino a vantare le iperboliche “decine di migliaia di visitatori” del Rivellino e i “100 visitatori al giorno” raggiunti prima del suo allontanamento dal Museo Hermann Hesse di Montagnola da lui fondato. Tra l’altro riscontriamo la stessa situazione in quella sorta di permanente conflitto di interessi che vede Lorenzo Quadri in quanto giornalista del ‘Mattino’ denigrare sistematicamente le iniziative del Dicastero attività culturali della città e magnificare quelle altrettanto culturali (peraltro valide) del Dicastero giovani ed eventi, di sua spettanza in quanto municipale. La cultura dovrebbe invece essere primariamente oggetto di valutazione della qualità, degli stimoli formativi, della capacità di arricchimento collettivo, dell’apertura degli orizzonti mentali e delle componenti fondative dell’identità.

Quest’ultimo aspetto merita particolare attenzione, nel senso che su ciò generalmente poco si riflette, soprattutto (e colpevolmente) da parte nostra, in quanto svizzeri italiani. La condizione di minoranza, implicando il riconoscimento della nostra cultura specifica, dovrebbe motivare automaticamente la coscienza identitaria che, in quanto tale, non può essere disgiunta dal radicamento nella cultura italiana. Se la nostra condizione dipende da ciò che ci fa diversi, è essenzialmente nella cultura che troviamo le ragioni di questa distinzione. Lo dimostra la nostra storia cantonale, con riferimento al ruolo subalterno del Ticino, il quale come baliaggio subì la storia degli altri. In un cruciale discorso del 1913 Francesco Chiesa si appellò a questo insieme di valori proprio per affermare la nostra particolarità nei confronti del resto della nazione: “Storia è sì difendere con le armi la patria, [...] ma storia è anche, e non meno, far opera d’intelligenza e di bellezza, diffondere nel mondo il nome onorato del proprio paese o del proprio villaggio, tramandare di padre in figlio le tradizioni più sincere e continuamente arricchirle, essere operai anziché soldati, maestri anziché capitani di ventura; storia è anche la storia dell’arte”. Che poi tale concetto esaltante i “maestri comacini” sia stato declinato in termini di bassa retorica o strumentalizzato ad uso turistico, poco importa. Ciò che conta è stabilire il principio per cui la civiltà italiana costituisce per noi il solo ancoraggio possibile a uno spazio di riconoscimento collettivo della nostra condizione di minoranza, senza il quale ci troveremmo dispersi ed esposti a valori e influenze estranee e disgreganti. Con ciò non si intende contestare l’apertura a esperienze e tendenze che ci collegano al resto del mondo, ma, di fronte alla pressione delle mode e delle fughe in avanti che (complice la globalizzazione) incantano soprattutto i giovani, è opportuno richiamarci al patrimonio originario ereditato. E per questo esiste una sola via, quella delle istituzioni pubbliche.

Fu il caso della scuola che nel Ticino operò non solo come strumento educativo ma anche di formazione della cittadinanza, cioè rappresentativo. Ogni comunità è destinata a dotarsi di proprie istituzioni rappresentative. Per scarsità di risorse e per esiguità della massa critica il nostro cantone (non a caso definito “repubblica”) non ha compiuto fino in fondo questo processo. Solo recentemente ha dato forma a un museo “cantonale”, a un’università, a istituti artistici e perfino a un conservatorio. Faticosamente si è istituzionalizzata un’orchestra (“della Svizzera italiana” appunto), ma non ancora un teatro stabile. Essendo essenziale alla vita civile prima ancora che a quella culturale, è questo tipo di istituzione che dovrebbe essere potenziato per dar vita a quei poli di attrazione fondamentali, per creare all’interno la “cittadinanza” culturale e all’esterno la sua affermazione in un dialogo permanente con le altre realtà.

In questo quadro collocherei il Lac, nato male poiché la discussione sul contenitore ha prevalso fin da subito sul contenuto (tenuto nel vago anziché essere oggetto di partecipata discussione), ma che ha tutti i presupposti per quel salto di qualità che ci permetta in quanto comunità di dialogare istituzionalmente (non userei il termine competere) con i nostri vicini. Ma occorre crederci e, in nome di un ritrovato senso di cittadinanza culturale, non lasciarci trascinare al livello distruttivo del ‘Mattino’ (sempre del 9 febbraio), spintosi fino a mettere a confronto gli 8’000 visitatori e il mezzo milione di incassi arrisi a “Extasia” (fiera del sesso) al sempiterno “museo più vuoto di tutti, quello delle carabattole africane”.