...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

Quando la pancia prende per il naso - 2 dicembre 2013

di Paolo Ascierto (La Regione del 2 dicembre 2013)

I casi sono due: o ci hanno preso per il naso, oppure non sono capaci. Perché a oltre due anni e mezzo dalle ultime elezioni cantonali e a poco meno di un anno e mezzo dal rinnovo di Gran Consiglio e Consiglio di Stato, la questione dei frontalieri continua a essere il fulcro attorno al quale ruota – o scricchiola – gran parte della politica a sud del Gottardo. Quindi: o ci hanno preso per il naso, per esempio promettendo di ridurre al massimo a 35mila il numero di questi lavoratori (punto 1 del Decalogo leghista datato 2011); oppure non sono stati in grado di affrontare una tematica che, in un mondo sempre più piccolo e con sempre meno frontiere, richiede strategie e visioni condivise.

La verità sta nel mezzo. In primis, certa politica ha cavalcato la questione dei frontalieri per trionfare alle urne. Chi si ricorda i cartelloni dell’Udc in cui questi lavoratori venivano paragonati a ratti – topastri che oggi rubano il cibo, domani le donne e in futuro mangeranno forse anche i bambini degli onesti ticinesi –, sa che da quel momento i frontalieri sono diventati l’argomento principe del dibattito ‘politico’.

Chi ha cavalcato quest’onda ha trionfato. E ha cercato di mantenere ‘immantenibili’ promesse, abbozzando qualche mossa: dal blocco dei ristorni alla recente iniziativa del nuovo ministro leghista Claudio Zali, che ha chiesto agli artigiani ticinesi di raccontargli di questi sconosciuti padroncini. Nel mezzo qualche proposta e tante parole. Alla fine, un risultato chiaro: il numero di lavoratori provenienti da oltre confine è in continua crescita (così come i posti di lavoro in Ticino!) e supererà presto la soglia dei 60mila. Con il rischio di assistere a un ‘effetto sostituzione’ degli indigeni. Uno scenario che testimonia il fallimento di questa politica. Perché ha fallito? Perché – e qui veniamo al secondo punto – non è stata capace di comprendere a fondo il problema. Le sparate, le fughe in avanti e via dicendo non hanno fatto altro che fomentare l’isteria collettiva contro i ‘talian’. Un’isteria pericolosa sia per l’opinione pubblica che si tenta di ‘lobotomizzare’ a suon di slogan, sia per gli imprenditori che non possono rinunciare a questa manodopera. Senza dimenticare che la frontiera apre pure interessanti opportunità e che senza l’export Svizzera e Ticino non sopravvivrebbero. Che fare dunque? Si devono cercare, capire e sfruttare i nuovi confini. Ed è quanto propone il Ppd di Giovanni Jelmini, riunitosi sabato in Congresso (di cui riferiamo a pagina 3). Un’operazione più facile a dirsi che a farsi: comprendere un tema complesso come quello della frontiera richiede fatica. Una fatica intellettuale che non sempre premia a livello elettorale. Lo si è visto anche sabato quando a scaldare il freddino Palamondo di Cadempino – al quale sono accorsi solo 300 azzurri – non è stata tanto l’interessante risoluzione votata per far fronte a questi problemi, quanto il discorso del presidente del governo Paolo Beltraminelli e il ‘j’accuse’ del capogruppo in parlamento Fiorenzo Dadò. Eh già, la strada ‘della testa’ è faticosa e, talvolta, pure noiosa. Quella della ‘pancia’ invece scorre via veloce. Ma verso dove?