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Rassegna stampa

La nuova piega della Lega - 27 novembre 2013

Corriere del Ticino del 27 novembre 2013
di Giovanni Galli

Prima o poi, a tutti i partiti capita di fare scelte che de­viano dalla linea originaria e che non vengono capite dal loro elettorato. In epoche di­verse, liberali radicali, popolari­democratici e socialisti hanno avu­to i loro problemi - e in parte li hanno tutt'ora - a far digerire in­ternamente certe decisioni. Lo stesso sta avvenendo adesso in ca­sa leghista, dove sono affiorati ma­lumori da parte della base per il sostegno accordato lunedì in Gran Consiglio dal gruppo parlamenta­re al taglio dei sussidi di cassa ma­lati. Su questa misura la Lega non si è limitata ad esprimere un pare­re favorevole. Ne è stata, dopo il Governo, la principale artefice, as­sumendosi l'onere del rapporto di maggioranza e ponendo la condi­zione che se la revisione fosse stata attenuata nella sua portata, sareb­be saltato il sostegno ad altri prov­vedimenti. Sia in aula, da parte de­gli avversari, sia al di fuori c'è chi non ha mancato di sottolineare il netto contrasto con la linea sociale del leader fondatore Giuliano Bi­gnasca, che non solo si era sempre opposto a qualsiasi taglio, ma ave­va anzi sollecitato un sostanzioso aumento dei contributi. Ma quello dei sussidi è solo l'ultimo di una serie di episodi che hanno visto i leghisti adottare una linea atipica. Al punto che il movimento sembra vivere non tanto una mutazione, quanto una normalizzazione ge­netica, che ne sta attenuando l'ori­ginalità e la diversità dagli altri partiti. Nelle ultime settimane ci sono stati almeno tre altri clamo­rosi esempi.

Primo: la Lega, che ha fatto della riduzione della pressio­ne fiscale una bandiera, è stata de­cisiva per l'aumento del moltipli­catore a Lugano. Secondo: alla ri­cerca di un compromesso con gli altri partiti sull'annosa questione del freno ai disavanzi, i commissa­ri leghisti in Gestione hanno sdo­ganato il principio del moltiplica­tore cantonale d'imposta. La con­dizione posta per un aumento del­le pressione fiscale è molto restrit­tiva (devono essere d'accordo i due terzi del Parlamento) ma non mol­to tempo addietro via Monte Bo­glia non avrebbe fatto concessioni sul principio del moltiplicatore cantonale, che invece in questo ca­so, implicitamente, accetta.

Terzo: i suoi dirigenti si sono anche spinti oltre, proponendo di aggirare lo scoglio della votazione popolare obbligatoria, tramite modifiche di legge invece della revisione costituzionale. Una scelta pragmatica, ma che contraddice uno dei principi cardine della Lega, di favorire nel modo più ampio possibile e assecondare la sovranità popolare.
Insomma, da quando è scomparso Giuliano Bignasca, la Lega non è più la stessa. Il movimento è riuscito a superare senza contraccolpi il ricambio che le circostanze gli hanno imposto in Governo e in Municipio a Lugano. Ma a parte le bordate domenicali, nella condotta politica concreta esso sembra aver smarrito il suo spirito battagliero, quella forza di rottura e quella capacità d'improvvisazione che ne rendeva imprevedibili le mosse, costringendo gli avversari a adattarsi al suo gioco. Prima, ad eccezione di Borradori (e in larga misura anche di Gobbi) in Governo, era sempre Bignasca ad avere l'ultima parola. Con il suo carisma e la sua spregiudicatezza politica, il leader scomparso dettava la linea, dava ordini e contrordini, a volte costringendo gli emissari leghisti nelle istituzioni ad imbarazzanti dietrofront. La Lega ha così giostrato a lungo su due registri, uno istituzionale, che ne attestava l'affidabilità a Palazzo, e uno movimentista, più consono per condurre le sue battaglie. Emblematico l'episodio del 2008 quando Borradori saliva le scale di Palazzo aiutando Gabriele Gendotti a portare il baule con il tesoretto, mentre il resto del partito si leccava le ferite per la bocciatura popolare dell'iniziativa sugli sgravi fiscali. Ebbene, questi due registri hanno saputo convivere senza degenerare in conflitti interni, facendo le fortune del movimento. Il quale, su certi temi scottanti, riusciva ad apparire una formazione di opposizione anche quando di fatto aveva sposato una linea filogovernativa.
Ora, non è che i cosiddetti «colonnelli» che adesso guidano il partito si siano seduti. Il fatto è che fra di loro ci sono più colombe che falchi, con le prime che privilegiano una linea di concordanza. D'altra parte, non è solo l'assenza di un leader incontrastato come Bignasca ad aver modificato gli equilibri interni. La maggiore assunzione di responsabilità esecutive a Bellinzona e a Lugano rende sempre più difficile giocare su due piani. La libertà d'azione si è giocoforza ristretta. La Lega deve misurarsi con le difficoltà del governare e rielaborare una linea politica che prima invece dipendeva dalle intuizioni di una sola persona. Forse la politica cantonale potrebbe acquistare più stabilità e certezze. Ma ciò non toglie che nella base leghista qualcuno abbia già cominciato a farsi delle domande.