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Rassegna stampa

Vogliamo davvero insegnare l'odio ai nostri figli? - 4 novembre 2013

di Daniele Laganara e Paolo Tremante, consiglieri comunali Ps a Locarno
(La Regione Ticino del 4 novembre 2013)

Siamo stufi marci.

Non perché figli di emigranti. Non perché di sinistra.

Non perché politicamente corretto è bello.

Ma perché siamo esseri umani. È ormai notizia vecchia il fatto che all’ex caserma di Losone la Confederazione ha deciso di sistemare per 3 anni 170 persone in attesa di una decisione in merito alla propria domanda di asilo. Le reazioni continuano invece a invadere le pagine dei nostri quotidiani e, ahi noi sono quasi tutte reazioni dettate da una certa xenofobia se non addirittura da becero razzismo.

Ma dove è finita la compassione fuoriuscita a fiumi dopo il naufragio di Lampedusa avvenuto qualche giorno prima della nota diramata da Berna riguardo a Losone? Eh sì cari politici e concittadini del Locarnese, è facile indignarsi di ciò che accade a 2’000 km di distanza per poi chiudere a tripla mandata le porte di casa propria quando si presenta l’occasione di aiutare concretamente un gruppo di persone disperate alla ricerca di una vita migliore.

Persone che hanno lasciato tutto con la speranza di trovare una possibilità di vivere meglio, un po’ come fecero nel 1800 molti ticinesi e nel 1900 tantissimi italiani, spagnoli, portoghesi magari ora naturalizzati e che hanno contribuito a rendere il nostro Paese quello che è, nel bene e nel male.

Nessuno di noi, ticinesi doc, emigranti di ogni dove con figli nati e cresciuti nel nostro Cantone, deve dimenticare cosa significa essere l’ultima ruota del carro: bistrattati, messi alla berlina, spesso insultati o facili capri espiatori. Nessuno dimentichi. Perché c’è stato un giorno nel passato in cui gli stranieri eravamo noi. Noi tutti, che oggi ci sentiamo minacciati, siamo stati una volta bistrattati e derisi per le nostre abitudini, la nostra lingua e la nostra cultura. Oggi come allora una mano tesa in segno di accoglienza, piuttosto che un pugno chiuso in segno di sfida, avrebbe sicuramente fatto la differenza. Allora come oggi. Proviamoci, impegniamoci a capire piuttosto che a urlare una rabbia che ci renderebbe solo esseri umani peggiori, senza quella dignità che molti, certo forse non tutti (ve lo concediamo), cercano fuggendo dall’inferno verso il presunto paradiso chiamato Ticino.

Pensateci. Vogliamo davvero insegnare l’odio ai nostri figli? Oppure vogliamo insegnare loro ad essere persone, e in futuro cittadini, razionali e comprensivi pronti a dare una mano a chi ne ha un disperato bisogno?

Vi sentiamo già reagire: “Eh bravi, ma se accogliamo tutti poi cosa ne sarà del nostro benessere”, “Certo, ma erano altri tempi, c’era lavoro per tutti... e poi noi lavoravamo mica come questi qui che dobbiamo anche mantenerli”.

Un paio di considerazioni. Primo, vi siete dimenticati dell’iniziativa Schwarzenbach? Secondo, parliamo di 170 persone da accogliere per 3 anni. Terzo, è la nostra legge che impedisce ai richiedenti l’asilo di lavorare.

Quindi, invece di comportarci come coloro che negli anni 70 del secolo scorso volevano buttar fuori tutti gli stranieri, dovremmo riflettere su come rendere questa imposizione di Berna un’opportunità per essere migliori e meno egoisti. Cerchiamo quindi nel Locarnese delle soluzioni che possano rendere questa convivenza imposta, umanamente positiva. Per fare ciò i politici nostrani devono per prima cosa impedirsi di usare questa situazione a scopo elettorale e darsi da fare per trovare lavori di pubblica utilità, corsi di italiano per adulti, situazioni di incontro con la popolazione.

È impresa impossibile questa se continuiamo a pensare che saremo invasi da un’orda di stupratori e assassini invece che da persone con un disperato bisogno di essere accolti.