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Intervista ad Arnaldo Alberti - 6 maggio 2013

L’ultimo libro di Arnaldo Alberti, il pretesto per uno sguardo ironico e impietoso sul Ticino odierno

L’impegno della parola

di Claudio Lo Russo (La Regione Ticino del 6 maggio 2013)

Il valore della scrittura, il ruolo dell’intellettuale,il dovere di testimoniare il proprio tempo. Ne parliamo con l’autore locarnese

Un ferroviere che osserva l’incedere inesorabile del tempo, un vecchio sfrattato in una casa senza porte, una voce bianca chiusa per sempre nel silenzio, due amanti che attendono l’assoluzione di San Carlo Borromeo, impegnato a portare la parola di Dio nelle nostre contrade a forza di terrore. Sono diversi e lontani i mondi che si trovano nei ‘18 racconti’ di Arnaldo Alberti, recentemente usciti per le Edizioni Ulivo. Racconti del passato, del presente e senza tempo che condensano l’esperienza di una vita spesa ad osservare la propria realtà, anche quando sfumano nel surreale. Ne abbiamo parlato con l’autore locarnese.

Qual è il disegno alla base del libro, l’intenzione profonda che lo tiene assieme? C’è in qualche modo un’anima comune a tutti i racconti?

Neanch’io so dare una risposta esauriente. Quell’anima comune da lei citata, che s’è tentato per un secolo di sondare negli individui attraverso l’analisi della psiche, se si esce dal singolo e si va a sondare il profondo del collettivo, è ancora un mistero. Analizzare le finalità di una collettività, che vive negli eventi di tanti racconti, con gli strumenti della politica e della sociologia per trovarne un senso comune è un lavoro da Sisifo, frustrante. Come nelle varie scienze, ogni problema risolto propone altri e infiniti problemi irrisolti. Il disegno, così come l’architettura che sta alla base di un buon libro, è qualcosa che ogni lettore rifà nella sua coscienza, riscrivendo l’opera a modo suo e traendo il piacere che la creatività, o meglio la ri-creatività, perché leggere è in sostanza ri-creazione, può dare. In grande sintesi il libro è uno spartito musicale offerto al lettore che lo suona interpretandolo secondo i suoi desideri e le sue sensibilità.

Quale valore vuole assumere il tempo nella sua scrittura? In che modo la dimensione temporale – presente, passato, indefinito – le dà sostanza?

Il tempo dà la dimensione del quadro, o dell’affresco, che lo scrittore vuole dipingere. Il passato rappresenta la profondità che la coscienza acquisisce con lo scandire delle ore, dei mesi e degli anni; il presente non esiste se non nella percezione effimera di un attimo subito riposto nel ricordo e il futuro è il gioco affascinante dell’azzardo delle profezie.

Che cosa legge Arnaldo Alberti? E che cosa cerca nella letteratura?

Ho settantasei anni e posso elencare, disordinatamente, cosa intendo rileggere. Sicuramente, con piacere e partecipazione, pagine di Marcel Proust, Giovanni Verga, Faulkner, Laurence Durrel, Emily Dickinson, Verlaine, Kafka, Simone Weil, Hannah Arendt, Erich Fromm e Jung. Confesso che ho una gran voglia di rileggere anche ‘Pinocchio’ per dimenticare il Manzoni e i suoi stucchevoli ‘Promessi sposi’. La metamorfosi di una testa di legno che si trasforma in una testa vera e pensante è più che affascinante e la ritengo sicuramente meglio del contrario, che oggi accade frequentemente.

Come trova sia cambiato il valore riconosciuto alla parola scritta? E quindi alla figura dell’intellettuale?

Possiamo avere la dimensione dello scadimento del valore della parola scritta leggendo un noto domenicale o i commenti anonimi e i dialoghi autoreferenziali che appaiono su Facebook o Twitter. L’insulto, la minaccia, la calunnia, il dileggio hanno l’obiettivo di far tacere chi ancora pensa, analizza e riflette. Le nuove aristocrazie del denaro hanno spento quasi tutti i lumi, accesi in Francia nel 18° secolo. Sono aristocrazie rozze e incolte che hanno corrotto i parlamenti. Invece di sognare e progettare un futuro migliore i deputati stanno per giornate intere a fare e discutere di conti, come triviali bottegai. Oggi si rimpiangono persino le aristocrazie del sangue del vecchio regime, colte, educate e splendidamente rievocate da Marcel Proust nella sua ‘Recherche’. Moralizzare, per i soggetti organici a queste aristocrazie avide e corrotte, è un atto osceno invece che edificante. Ciò dà la misura di come sono cadute in basso le bande che costituiscono le nostre attuali maggioranze politiche.